sabato 17 aprile 2021

Una piramide infinita

 

CAMILLA PARABOSCHI

(vincitrice primo premio della sezione racconti brevi)


Mi sento stanca, ho le gambe che mi tremano, le braccia fanno fatica a ricevere il mattone successivo, sento solo la fame che avanza, l’alternarsi del dì e della notte, gli occhi non riescono più a stare aperti e persino i miei pensieri sono diventati pesanti. Con grande fatica ricevo un altro mattone dal mio compagno.

Per un attimo la stanchezza sparisce, anche con il mattone sulle braccia, perché mi fermo a osservarla: è una ragazzina di circa 10 anni, definirla magra è farle un complimento, tanto è pelle e ossa. So come ci si sente, ci siamo passati tutti, lei qui è la più giovane, la più debole quindi la più torturata. Tutti abbiamo i suoi occhi addosso, ma il più piccolo va “educato”. La frusta sulla schiena mi fa tornare alla realtà; mi guardo intorno e noto che tutti mi stanno fissando. Le loro espressioni sono diverse le une dalle altre: alcune di paura, altre di timore, rabbia, poi c’è chi ha sguardi di preghiera per avere due secondi per riposare. Faccio passare il mio mattone e prendo subito quello successivo decisa a non commettere nessun altro errore.

Facendo piccoli passi cerco di spostarmi verso quella bambina per riuscire a guardarla seriamente: vorrei parlarle. Pensandoci, però, nessuno è mai riuscito a comunicare con il proprio vicino, neanche quando c’era il cambio della guardia, anche se mi sembra molto strano. Inizio a spostarmi facendo piccoli passi laterali, sembrando un piccolo gambero.

Ahia!!!! Urlo nella mia mente. Una lacrima scende dai miei occhi e mi bagna tutta la guancia e poi cade sulla sabbia lasciando un piccolo segno perfettamente rotondo. E poi sento uno strillo, spero di non essere stata io, spero che sia solo nella mia testa. Non voglio essere portata davanti ai suoi occhi, dicono che chi lo vede poi non torna. Chissà che espressione ha.

Tutti speriamo che questa piramide, apparentemente infinita, finisca velocemente, ma una volta finita cosa faccio? Nessuno mi paga, lavoro per guadagnarmi la libertà e i soldi per il mangiare giorno per giorno; se finisco di lavorare morirò di fame. Io mi chiedo come ci sia finita qua, come mai sono qua? Sembra un incubo. La cosa peggiore è che non mi ricordo più di quando ero piccola, ho solo dei frammenti di momenti e questo mi dispiace. Mi ricordo di essere stata felice e sorridente in una bellissima casa, per quanto fosse piccola e modesta, ma soprattutto non ero sola, mentre adesso sì.

Sono passate quattro settimane e sono ancora allo stesso punto di prima, la bambina di 10 anni è stata via per un po’, poi però ieri è tornata. Come mai?  La vedo più matura e leggermente più triste come se un po’ della sua spensieratezza fosse scomparsa. Ecco cosa fa magari ti ruba un po’ di spensieratezza, anche se non credo sia davvero questo. Credevo fosse morta perché in questo periodo moltissimi ci hanno lasciato: il cibo inizia a scarseggiare: questo è giusto? Perché loro muoiono e io no? perché loro non hanno il cibo, mentre io sì? Loro lavorano esattamente come me, se non di più. Io mi ritengo fortunata di non dover fare due scalini per prendere il mattone e depositarlo al posto giusto nella piramide. Quel lavoro non fa proprio per me, ma so che prima o poi toccherà anche a me.

Io vorrei condividere un po’ di cibo con loro, ma già ne ho poco per me e in più non riesco ad arrivare fino a là: mi frustano appena faccio due passi, immaginiamoci se dovessi percorrere tutti i mille gradini. Potrei provare a fare un passa cibo, come se fosse un passaparola, ma non credo che il cibo arrivi a destinazione: del resto anche le parole muoiono tutte in gola. In queste situazioni, come ho già visto in più di un’occasione, l’essere umano diventa egoista. Non è giusto dire che sbagliano perché ognuno ha una propria idea e purtroppo in situazioni difficili ad alcuni viene istintivo pensare prima a sé stessi. Io credo soltanto che in certe situazioni serva l’aiuto di qualcun altro e nessuno deve pensare di fregare chi ha difronte.

Purtroppo non ci sono solo morti per la fame; alcuni si sono ammalati e li hanno portati in una specie di infermeria, nella quale nessuno ci può entrare. Appena iniziano a stare meglio vengono riportati al loro posto. Magari solo perché il clima che si sta scaldando e i nostri corpi si devono abituare? Spero sia questo.

Questo inverno mi ha lasciato tantissime cicatrici più degli altri anni, sento ancora i profondi tagli, ho ancora i brividi, alcune volte persino vedo la neve oppure me la immagino. Io sentivo la neve come una carezza perché ci proteggeva dalle fruste e quando calava sul nostro corpo ci avvolgeva come una soffice coperta. Forse io la febbre la prenderò più avanti quando inizierà ad esserci troppo caldo. Perché io non mi sono ammalata e gli altri sì?

Mentre continuo a riflettere rimango sorpresa perché il mio vicino, quello a destra si è fermato, non ha più intenzione di prendere i mattoni, si è sdraiato e fissa il cielo. Nessuna guardia l’ha frustato, ma gli hanno semplicemente detto di riprendere il proprio posto di lavoro. Come mai se io mi fermo mi arriva una frustata, mentre se lui si ferma non gli succede niente? Cos’ha di diverso lui da me. In questo modo creano troppa ingiustizia, non c’è parità nei trattamenti. Perché nessuno si ribella, perché io non mi ribello? La motivazione è che si ha paura. Ma è giusto avere paura? È giusto farsi andare bene tutto e prenderlo così come viene? È giusto per me stessa e per gli altri? No, e allora perché nessuno dice niente? Non vorrebbero tutti fuggire e essere liberi?  Io mi sono stancata di farmi andare bene tutto, sono stanca di non dire la mia opinione e di fare tutto ciò che mi dicono senza battere ciglio. Penso a cosa potrei fare per ribellarmi: uno sciopero della fame, ma ci rimetterei solo io, oppure uno sciopero del lavoro. Ecco cosa farò. Però questa protesta dovrà essere pensata e ragionata, altrimenti non avrà effetto.

Sono passati mesi da quando ho avuto quell’idea; ogni giorno ho pensato come fare per ottenere ciò che volevo e come farlo. Un piano perfetto che attuerò in questi giorni. Spero che gli altri capiscano, una protesta singola viene considerata molto poco. Chissà se gli altri hanno il coraggio di farsi valere e capire davvero cosa è importante.

È arrivato quel giorno, ho molta ansia per le conseguenze, ho ansia di sbagliare qualcosa ed essere sola, ho tanta paura. Forse però essere consapevole delle proprie insicurezze aiuta. Le gambe mi tremano, ma è un tremare diverso dal solito. La mia schiena è già pronta alle frustate. Capisco che è il momento giusto e attuo la mia ribellione. Lascio cadere il mattone che avevo in mano e uguale con il secondo e con il terzo e via dicendo. Quando vedo che questa torretta è abbastanza alta ci salgo sopra, trascurando tutto ciò che avevo attorno a me, e inizio ad urlare tutto ciò che pensavo, tutte le ingiustizie subite, tutte le cose che vorrei, tutto ciò che farei. Grido, piango, rido, ma rimango in piedi convinta di quello che sto facendo. Io sto lottando, lotto per me e per tutti quelli che non ne sono in grado o sono codardi. Lotto per avere un mondo migliore, in cui ognuno possa sentirsi accettato e uguale agli altri, in cui ognuno è libero di dire la propria opinione rispettando la libertà dell’altro, in cui tutti stiano bene e abbiano le stesse possibilità di cura, in cui ognuno si senta sé stesso senza essere giudicato ed etichettato. Un mondo onesto dove non esistono le frodi e le fregature, dove non c’è il più forte e dove non c’è il più debole, dove non ci sono vinti e vincitori, dove non ci sono marionette che sono comandate dai suoi occhi. I sui occhi… mi fanno ancora paura, ma mentre urlo mi sento sempre più forte, sicura: lo voglio vedere, qui, davanti a tutti.

Inizio a rendermi conto che non sono l’unica a protestare, alcuni si sono alzati, altri invece continuano a mantenere con ordine il proprio posto di lavoro. La bambina è stata la prima ad alzarsi e a ribellarsi con me. Alcune guardie, forse colpite dal mio discorso hanno smesso di punire e si sono unite allo sciopero. Il mio cuore non ha mai battuto così forte, mi sta uscendo dal petto.

Solo in pochi non si sono uniti, è arrivato il momento di acclamare quel signorotto che è nel suo palazzo agiato, non si troverà nessuno che si inchina, nessuno che segue i suoi ordini. Dovrà scendere a un compromesso se vuole la sua piramide finita. Alla fine non chiediamo la luna, non chiediamo un'altra galassia, chiediamo cose molto semplici: libertà ed uguaglianza. Alla fine è l’uomo che ha creato le disuguaglianze, le offese, le disparità. Noi vorremmo l’uomo intelligente e che sappia usufruire di tutta la materia grigia che possiede. È l’uomo il “cattivo” da combattere e cambiare che ha inventato la parola schiavo; che se noi la pensiamo come sigla è la perfetta descrizione di un uomo e un mondo perfetto.

S= sincerità, serenità, serietà

C=cooperazione, conforto, coerenza, cordialità, correttezza

H= harmless

I=impegno, indulgenza, imparzialità, ispirazione, Incorruttibilità

A= altruismo, amore, affidabilità, allegria, aiutare

V= valore, verità, varietà, volontà, virtù

0= onestà, operosità, oculatezza, ottimismo, onore

Alla fine noi siamo ancora schiavi e l’unico modo per cambiare è quello di protestare usando la ragione.

Il mondo che io vorrei è un mondo semi perfetto, perché per quanto bella è la perfezione dopo un po’ stanca, ma allo stesso tempo vorrei un mondo meno superficiale e più empatico.

 

0 commenti:

Posta un commento