Martedì 10 dicembre, in occasione dell’assemblea d’istituto, il triennio dell’Istituto Mattei si è recato al cinema Capitol per la visione del film “La storia diSouleymane” del regista francese Boris Lojkine.
Il film, uscito nelle sale cinematografiche nell’ultimo anno e premiato al Festival di Cannes, porta
lo spettatore a seguire il protagonista Souleymane durante le sue giornate. Il giovane è emigrato
dalla Guinea in Francia, Paese dove aspetta il colloquio per ricevere il permesso di soggiorno in una
tremenda attesa di qualcosa che non arriva e che forse non arriverà mai. Nel frattempo che si
avvicina il momento di questo fatidico incontro, la narrazione segue il ragazzo sfrecciare per le vie
di Parigi in sella alla sua bicicletta come rider, grazie al subaffitto del profilo di un app specifica, di un suo connazionale.. A Souleymane, infatti, non è permesso lavorare regolarmente e dunque per guadagnarsi qualche spicciolo è costretto a lavorare nell’illegalità per tutta la giornata prima di tornare al dormitorio statale, situazione abitativa precaria a cui sono costrette tantissime persone nella sua stessa vacillante condizione.
Con empatia, il proposito del film è quello di calarsi nella realtà sociale di chi vive questa situazione
dal particolare, ossia la storia individuale di Souleymane, al generale, ritraendo tutti gli altri
immigrati che, come il giovane, vivono in balia della burocrazia e di funzionari che ascolteranno il
racconto del loro passato, di ciò che li ha spinti a scappare dal proprio Paese di origine e
decreteranno infine il loro destino. Questione emblematica rappresentata nella pellicola è anche la
preparazione della storia falsa che queste persone sono spinte a raccontare, da veri e propri truffatori che si spacciano per mentori, a esporre alla maniera scolastica per convincere gli esaminatori a concedere l’agognato permesso di soggiorno.
Queste rievocazioni sono uguali per tutti perché architettate nei minimi dettagli dalla stessa persona e la funzionaria, che ormai conosce a memoria le peripezie raccontate, dà la possibilità a Souleymane di esporre veramente il suo vissuto: da qui la riflessione sull’autenticità, più elevata e profonda dell’omologazione.
La pellicola denuncia anche le condizioni dei rider, sfruttati dagli esercizi commerciali e dai clienti:
emblematica è la scena della consegna ad una donna che non accetta il pacco, perché la confezione
esterna era rovinata, senza controllare se effettivamente il prodotto fosse ancora intatto o no. La
signora in questione non si ferma un attimo a pensare a chi ha davanti e alle difficoltà a cui
Souleymane si è trovato di fronte per fare la consegna. Quella dei rider è indubbiamente, anche in
Italia, una forma di sfruttamento legalizzato, a cui tante persone aderiscono non trovando lavori
migliori. Sono realtà poco pubblicizzate perché comode per la società borghese, sempre più
impigrita, e per chi le gestisce che ne trae enorme guadagno. Non sono invece ottimali per chi deve
svolgere questa attività in quanto la retribuzione è bassa, il singolo deve provvedere lui stesso al
mezzo e gli spostamenti, come si vede anche nel film, sono tutt’altro che sicuri, acuiti anche dai
ritmi di consegna che i rider devono tenere.
Ciò che viene rappresentata, soprattutto, è l’attesa interiore che vive il ragazzo, la quale si
contrappone alla notevole frenesia della vita a cui è costretto. È lo stesso stato di suspanse in cui
viene lasciato lo spettatore alla fine del film quando, al termine del colloquio, non viene rivelato se
effettivamente il protagonista ha ricevuto il permesso, in quanto si conclude con un «le faremo
sapere». La scena, come il film tutto, fa sgorgare un sentimento di ansia che consuma interiormente
il protagonista come gli spettatori, i quali vi si immedesimano. Da tutto ciò emerge come l’esistenza di
Souleymane, dall’inizio alla fine, è sospesa in un limbo che lo porta a «un atroce senso di
esclusione» (da Gli occhiali d’oro di Giorgio Bassani) dalla società, a non sentirsi radicato in un
luogo lontano dalla sua patria, dove non è nessuno e non si sa se avrà la possibilità di integrarsi e
vivere una vita migliore. I sentimenti sono quelli esposti nella poesia" In memoria" di Giuseppe
Ungaretti, dove viene ricordato l’amico egiziano Moammed Sceab m orto suicida a Parigi nel 1913
«perché non aveva più/ patria» «e non sapeva più/ vivere/ nella tenda dei suoi» ma allo stesso
tempo non si sentiva radicato in Francia «e non sapeva/ sciogliere/ il canto/ del suo abbandono»,
dunque non ha trovato, a differenza del poeta, un appiglio che lo facesse sopravvivere al dramma
intimo che viveva.
Paola Bravo 5B LS
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martedì 31 dicembre 2024
La storia di Souleymane al cinema!
lunedì 10 giugno 2019
Londra: una coppia picchiata perché omosessuale.
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| dalla pagina pubblica di fb di Melania |
“L’omofobia è la
paura dell’omosessualità, sia come timore ossessivo di essere o scoprirsi omosessuale,
sia come atteggiamento di condanna dell’omosessualità.”
Questa è la definizione che il dizionario Treccani dà della parola “omofobia”.
Questa è la definizione che il dizionario Treccani dà della parola “omofobia”.
Insomma, una gran brutta malattia. Un morbo che spesso ci si accorge di avere solo quando incontriamo persone dello stesso sesso che si tengono per mano o che – molto più genericamente – si amano.
Secondo la Risoluzione del Parlamento Europeo sull’omofobia in Europa del 2006 “l’omofobia – cito testualmente – si manifesta nella sfera pubblica e privata sotto forme diverse, quali discorsi intrisi di odio e istigazioni alla discriminazione, dileggio, violenza verbale, psicologica e fisica, persecuzioni e omicidio, discriminazioni in violazione del principio di uguaglianza, limitazioni arbitrarie e irragionevoli dei diritti, spesso giustificate con motivi di ordine pubblico, libertà religiosa e diritto all’obiezione di coscienza”.
Quante volte abbiamo sentito persone iniziare discorsi con: “io non sono razzista ma… oppure, niente contro gli omosessuali ma…”
Un “ma” che rende tutto molto chiaro prima ancora di iniziare il discorso.
Forse dovremmo
smettere di fingere di essere qualcosa che non si è e iniziare a riflettere su
ciò che realmente siamo.
Chissà che –
magari – ci si rende conto che gli altri non sono poi così diversi da noi.
Chissà – magari –
non accadrebbero più fatti di cronaca come quello accaduto nella “civilissima”
Londra. La metropoli inglese che fa del multiculturalismo e della tolleranza verso
il “diverso” la sua bandiera.
Melania Geymonat e la sua compagna Chris, entrambe ventenni, stavano rientrando a casa di notte a bordo di un double decker bus, quando sono state violentemente importunate da degli adolescenti.
Il fatto è avvenuto
tra il 29 e il 30 maggio scorso.
“Hanno cominciato
a comportarsi come dei teppisti, - racconta Melania - chiedendo che ci
baciassimo in modo che potessero divertirsi mentre ci guardavano, hanno
cominciato a chiamarci “lesbiche e vari insulti. Eravamo solo noi e loro nell'autobus”.
Melania e Chris, picchiate
a sangue e derubate da un gruppo di ragazzi tra i 15 e i 18 anni. Quattro sono
stati arrestati, gli altri potrebbero avere le ore contate.
L’episodio ha scosso l’opinione pubblica inglese, a cominciare dal sindaco di Londra, Sadiq Khan, che in un post dice: “I crimini d'odio contro le persone Lgbt non saranno tollerati a Londra. La polizia sta indagando”.
Un altro
intervento è quello della premier Theresa May che definisce l’aggressione ripugnante:
“Nessuno dovrebbe dover nascondere chi è veramente o chi ama e dobbiamo
lavorare insieme per sradicare l'inaccettabile violenza contro la comunità
Lgbt”.
Nessuno dovrebbe essere giudicato per le preferenze sessuali.
Nessuno dovrebbe ritenere
lecito giudicare gli altri dalle preferenze sessuali.
Nessuno dovrebbe …
eppure c’è ancora qualcuno che crede di poterlo fare e di essere pure divertente.
Suha Marmash,
2ALSUdomenica 19 maggio 2019
Alabama: approvata la legge contro l’aborto.
L’aborto è sempre
stato uno degli argomenti più discussi di tutti i tempi.
Anche quando era
una pratica illegale (in Italia l’aborto è stato normato con la legge 194 nel
1978, prima di questa legge era considerato reato perseguito penalmente), le
interruzioni delle nascite erano una realtà scomoda che – spesso – sistemava delle
situazioni altrettanto scomode.
C’è chi è pro, e
quindi accetta l’aborto e c’è chi è contro, e giustifica la sua contrarietà con
la religione o con la teoria secondo la quale il feto è già un essere vivente e
non un semplice fagiolino.
Con questo articolo
non è mia intenzione entrare nel merito di cosa sia giusto oppure no, semmai
cercare di porre sotto i riflettori un’unica domanda: quanto si deve spingere
la legge là dove si parla di scelte intime ed individuali?
Il quesito torna
alla ribalta dopo la decisione presa dalla governatrice dello stato americano
dell’Alabama, la repubblicana Kay Ivey, di firmare una legge che –
sostanzialmente – vieta la pratica di abortire, anche in caso di stupro, con
unica eccezione, il rischio serio della vita della madre.
La norma
dell'Alabama, oltre a vietare di fatto l'interruzione di gravidanza in ogni
circostanza, stabilisce che i medici che la praticano rischiano fino a 99 anni
di carcere. Mentre quelli che solo tentano di praticarla possono finire in
carcere per 10 anni. La legge è stata approvata a larga maggioranza dal Senato
dell'Alabama, con 25 voti a favore e 6 contrari. La Camera l'aveva già
approvata lo scorso mese, con 73 voti favorevoli e 3 contrari. Il
dibattito nell'aula del Senato dell'Alabama è stato durissimo ed è andato
avanti fra molte proteste: le donne sono scese in piazza vestite da 'Handmaid's
Tale', la serie tv ispirata al romanzo Il
racconto dell'ancella di Margaret Atwood.
Altri 29 Stati Americani
hanno approvato il decreto.
La governatrice
repubblicana Kay Ivey ha messo in chiaro la motivazione della legge con un post
su Twitter: "Per i molti sostenitori di questo provvedimento questa legge
serve a testimoniare in modo possente la profonda convinzione della gente
dell'Alabama che ogni vita è preziosa ed è un dono sacro di Dio".
Tantissimi
democratici si sono scagliati contro questa legge come la senatrice di New
York, Kirsten Gillibrand, che ha commentato: "Con questo tentativo
dell'Alabama è un attacco alla libertà riproduttiva delle donne e ai nostri
diritti civili fondamentali".
Anche Hillary
Clinton denuncia la scelta politica della governatrice: "Un attacco alla
vita e alla libertà delle donne", ha dichiarato.
Torniamo allora alla
domanda posta all’inizio di questo mio articolo: quanto si deve spingere la legge
là dove si parla di scelte intime ed individuali?
C’è chi parla di legge
limite che impedisce alle donne di fare delle scelte che riguardano il proprio
corpo. C’è chi sostiene, invece, che si parla di diritto alla vita. I diritti alla vita – lungo i secoli – hanno dovuto percorre molte strade spesso irte di ostacoli e ricche di pregiudizi e ipocrisie.
Solo il 20 novembre del 1989 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approvava la Convenzione ONU sui Diritti dell'infanzia. Il motivo di tanto ritardo? I minori non hanno diritti, quindi come si può parlare di diritti là dove non ce ne sono? Il serpente che si mangia la coda.
Anche il tema di aborto e diritto alla vita è un serpente che si morde la coda: una donna ha diritto di interrompere una gravidanza indesiderata? Il feto è un bambino in potenza quindi già vita?
Alcuni critici sostengono
che stiamo rivivendo un novello medioevo.
L’habeas corpus, ossia il diritto sulla salvaguardia della libertà
individuale contro l'azione arbitraria dello Stato, è una disposizione
emanata nel 1679 da Carlo II di Inghilterra. Ho dunque un’altra domanda: e se noi – uomini moderni - fossimo meno illuminati
dei medievali?
Suha Marmash, 2ALSU













