
A casa lo attendevano la madre e Jim; il
ragazzo arrivò ansante per la corsa fatta dal campo di gioco: quella losca
figura era un osservatore del Newcastle, famosa e titolata squadra della
Premier League, e aveva deciso di convocarlo per un provino: il paragone con
uno dei mostri sacri del calcio, Drogba, alimentò ulteriormente l’entusiasmo
del ragazzino in grado ora di toccare il cielo; la casa fu invasa da una
felicità incontenibile. Tutto andò per il meglio, e dalle strade che per lungo
tempo erano state il tempio del gioco di Cole, si passò al professionismo. La
novità del suo successo si sparse in fretta e furia, viaggiando da una bocca
all’altra sempre con un alone di orgoglio e contentezza nei suoi confronti,
finché la notizia non arrivò a Timmy Williams, ragazzino della stessa classe di
Hunter: stazza robusta, folta chioma bionda raccolta in ciuffo che ricadeva sul
volto ancora bambinesco dove risaltavano i glaciali occhi azzurri; condivideva
con Cole una passione straordinaria per il gioco del pallone e un'abilità, una
tecnica naturale, dono per pochi prescelti. Il ragazzo fu colto da un’invidia
straripante e i due, prima in buoni rapporti, finirono per avere un aspro
confronto, conclusosi nel peggiore dei modi: testimoni l’occhio nero e gonfio
di Hunter da una parte, il sangue che colava imperterrito dal naso di Williams
dall’altra.
Esclusa questa piccola parentesi, il
percorso di Cole nelle giovanili del Newcastle fu netto, caratterizzato da una
fame, da una cattiveria agonistica tipica di chi vien dal nulla. Allenamento
dopo allenamento, stava componendo come una splendida sinfonia di note piccole
e fondamentali, che ben presto tutti avrebbero intonato. Il primo movimento
dell’opera era stato concluso, il secondo stava per bussare alla porta: la
chiamata in prima squadra. Le prestazioni, l'atteggiamento, la qualità: tutto
aveva convinto; Cole era pronto per il grande salto: la convocazione arrivò
inaspettata ma il giovane seppe rispondere “presente”. La squadra, che
attraversava un periodo tutt’altro che roseo, aveva bisogno di spirito e carica
nuova, della grinta di cui solo i giovani sono capaci, perché ancora vogliosi
di spaccare il mondo e diventare pezzi pregiati nella vetrina dei talenti; per
salvare la stagione e evitare una fallimentare retrocessione la squadra
necessitava di una scossa, e questa scossa aveva nome e cognome: Cole Hunter.
Minuto
69. Si alza la lavagnetta: numero rosso, il 9 - numero verde, il 22.
Significato inequivocabile: il ragazzino è dentro, fra la curiosità di tanti e
lo scetticismo di molti. Questo è
davvero quello di cui la squadra ha bisogno? Ha davvero le capacità necessarie?
Saprà reggere la pressione? Cole entra in campo con la semplicità e la
tenacia di sempre, non avverte alcun peso e, anzi, porta su quel rettangolo
divertimento, perché per lui il calcio vero è fatto di questo. Eppure tutto è
fermo, bloccato sullo 0-0. Il tempo è tiranno, inesorabile. La partita sembra
conclusa, quando il pallone carambola sul piede del 22, che insacca e non
perdona:1-0. E’ tutto vero. Corre all’impazzata, inarrestabile, si getta poi
sotto la curva dei tifosi che lo acclamano come nuovo prescelto. Uno stadio
intero grida a squarciagola il suo nome, mentre i compagni lo travolgono e gli
prendono il volto fra le mani. Esultanza sfrenata. Delirio totale. Il suo
esordio è un ingresso in paradiso, solo l’apice di una scalata che ha radici
nell’inferno. Tutto dura, però, una frazione di secondo, perché è subito ora di
riprendere posto e difendere agguerritamente il risultato. Prima di mettersi in
posizione, Cole cerca, però, il numero uno fra i suoi fan. Lo aggancia: lui ha
gli occhi fissi sul suo gioiellino, ricolmi di orgoglio perché la soddisfazione
più grande della sua vita è arrivata ora grazie al nipote. I due si scambiano
uno sguardo complice, che racchiude il mondo. Gli
ultimi minuti sono un continuo assalto della squadra avversaria, che non riesce
tuttavia a trovare la via del goal. Triplice fischio: il campo ha decretato il
suo giudizio. 1-0 Newcastle, marcatore Hunter. La giovanissima stella della
squadra viene idolatrata, il goal da vero e proprio rapace d’area gli porta tantissimi
complimenti. E tutto questo è solo l’inizio di un grande sogno che finalmente
può chiamarsi realtà.
Il continuo della stagione fu da favola, i
numeri impressionavano e Cole diventò fondamentale per la squadra: grazie a lui
la salvezza fu ampiamente raggiunta. Oltre ad essere diventato il beniamino dei
tifosi, il giovane prodigio aveva attirato su di sé l’interesse di tutti i top
club europei: la classe era unica e il talento magistrale. Milan, Bayern Monaco
e Atletico de Madrid insistettero fortemente per Hunter, divenuto pezzo pregiato sul mercato. Dopo una
trattativa lampo, Cole firmò ufficialmente per il club dei suoi sogni, dove,
oltre al nonno, aveva militato anche il suo idolo Cristiano Ronaldo. Gli venne
offerta la possibilità di indossare la maglia numero 7, che era stata del
fuoriclasse portoghese; tuttavia rifiutò la proposta, che non poco lo aveva
lusingato, a favore della 29.
Sfortunatamente non sempre tutto va per il
verso giusto: le difficoltà si presentano sempre sul più bello, a rovinare tutto.
A volte sono piccoli sassi che intralciano il cammino, altre volte muri
invalicabili. Possono essere un fiumicello che scorre veloce, o un intero
oceano in tempesta che bisogna attraversare. Infatti, per tutta l’estate un
vuoto nero aveva riempito la mente di Cole, che si ritrova a dover fronteggiare
un nemico che non poteva sconfiggere: ineluttabile la morte, prima o poi, bussa
alla porta di tutti. Anche a quella di Jim. D’improvviso: infarto, il 29
giugno. Ecco il perché della maglia. Anche in punto di morte, il nonno combatteva
con tutte le sue forze e Cole lo aveva visto. Li aveva lasciati col sorriso, dopo
aver parlato col nipote: sebbene avesse già raggiunto traguardi straordinari,
non si sarebbe dovuto accontentare; la fame doveva essere quella di sempre, la
stessa che lo aveva condotto in alto. Jim era molto orgoglioso di lui, ma questo
non glielo disse. Si lasciarono con un abbraccio, un abbraccio che valeva più
del pane quando a casa mancava il cibo, o dell'acqua quando il freddo regnava
sovrano. Valeva molto, molto di più quell’ultimo abbraccio tra loro.
All’orecchio, una frase, che sarebbe rimasta stampata nella memoria e impressa
nel cuore di Cole: "un sogno è per sempre". Da quel momento, si
convinse che, dall’alto del cielo, una stella, la sua stella, vegliasse su di
lui. Poco dopo, il buio.
Quei mesi d’inferno passarono lenti ed
esasperanti; l’unico faro della sua vita rimase la madre, pronta a supportare
il figlio come spesso aveva fatto. Questo, fino alla fatidica chiamata.
Ulteriore pezzo, pur sempre fondamentale, dello stratosferico puzzle che si
stava venendo a formare. Ebbene, davanti a Cole si prestava un
sipario spaventoso: da subito il gioco ad alto livello si dimostrò finalizzato
a un solo scopo: vincere; non importava come, il fine giustificava i mezzi, il risultato
ciò a cui bisognava arrivare. Non era più il suo calcio, quello puro del
divertimento di un ragazzino spensierato: era lo sport dei milioni, lo sport
dei soldi sporchi. Tuttavia Hunter si ribellò: aveva raggiunto il club dei suoi
sogni con semplicità e genuinità, ispirato dai suoi più grandi idoli, e voleva continuare
a vincere da guerriero combattendo col sorriso. E così fu: l’eleganza del suo
gioco lo aveva contraddistinto nell’inizio burrascoso al Manchester, ma il
calore del tifo non era tuttavia lo stesso, tanto meno l’atmosfera: avrebbe
voluto volare in campo ma ogni giocata era pesante e alimentatrice di focose critiche,
sempre più numerose e ingenti.
17
ottobre 2017, Manchester United-Leicester City. Il mister non demorde, ancora
fiducia ad Hunter. Peccato per l’ennesima prestazione sottotono, senza
sicurezza e troppo timoroso di sbagliare. E la paura, nel calcio come nella
vita ha le gambe corte. Corre il minuto 27. Palla a metà fra Cole e il 19
avversario. Entrambi si avventano sul pallone. Uno, una lepre; l’altro, un
leone. La scivolata risulta cattiva, intervento di pura foga che, dopo aver
spostato la sfera, si infrange sulla caviglia della giovane stella. Dolore
incontenibile. Si accascia a terra. Tutto nero. La barella. Dolore
inconcepibile. Due profonde fratture: una della caviglia, l’altra del cuore.
Dolore logorante. Buio pesto.
Nuovamente conscio, Cole si ritrovò
in infermeria, dove le buone notizie sono dietro l’angolo: la violenza
dell’impatto era stata tale da fargli perdere i sensi, ma ciò che più preoccupa
era l’entità dell’infortunio: “lesione profonda, fuori cinque mesi”. Queste
parole rimbombarono ripetutamente nella testa dell’asso inglese, senza trovare
collocazione vagando nel mare della sua mente in cerca di un’introvabile terra
ferma. Disperazione, paura, angoscia gli stravolsero l’animo: una carriera
troncata sul nascere, un fiore potato sullo sbocciare. Ma senza difficoltà,
d’altronde, che vita sarebbe stata? Demordere sul più bello? Non era la scelta
di Cole: dopotutto, un sogno è per sempre.
CONTINUA...
CRISTIAN MALLARDO - 2^A LS