Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido (Albert Einstein).

Prima di sprofondare nel grande sonno voglio ascoltare l'urlo della farfalla (Jim Morrison).

Il futuro, significa perdere quello che si ha ora, e veder nascere qualcosa che non si ha ancora (Haruki Murakami).

Non sono una donna addomesticabile (Alda Merini).

Il mondo che ti circonda è stato costruito da persone che non erano più intelligenti di te (Steve Jobs).

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domenica 22 marzo 2020

Internet: oltre la comunicazione


Da quando è nato Internet, il mondo è drasticamente cambiato. Si cercano informazioni in modo istantaneo, si cambiano le intese politiche con un tweet, si creano e distruggono relazioni umane su Whatsapp. Come si è arrivati a tutto ciò? È fantastico o spaventoso? E infine, come definire questo strumento potentissimo? Siamo negli anni ‘70, e un piccolo gruppo di ingegneri ha accesso ad un sistema che permette di scambiare informazioni a distanza da un computer ad un altro. Il suo nome è Internet. Ed è tutto qui, mittente messaggio risposta, secondo un modello che gli informatici chiamano peer to peer. Chi farà la differenza sarà Tim Berners-Lee, inventore ufficiale del Word Wide Web. L’ingegnere infatti ha creato il modello TCP/IP che, senza entrare in dettagli informatici, permette di collegare un solo computer con potenzialmente infiniti altri, in base alle attrezzature disponibili. È come se ognuno mettesse la propria piccola libreria sotto casa e chiunque potesse guardare, frugare tra le pagine, ricavare qualche informazione in più, in modo istantaneo e senza poter rubare nulla. E basta disporre di un computer per farlo. L’opera di Berners-Lee è stata così importante che la regina Elisabetta l’ha nominato cavaliere nel 2004 e il Time l’ha ritenuto una delle 100 persone più importanti del XX secolo. Ultimo step da menzionare è la nascita di Google nel ‘98, un motore di ricerca che ha il compito di orientare l’utente nel Web, un po’ come una mappa. Trovare i siti infatti prima non era scontato e bisognava addirittura comprare dei giornaletti online, come le Pagine Gialle per i numeri di telefono. Questa piccola introduzione “storica” della piattaforma che conosciamo oggi era necessaria per distinguere bene cos’è Internet, il Web e Google. Questi mezzi di comunicazione, che insieme poi formano la grande piattaforma che conosciamo, rientrano negli studi sui mass media che vanno dal secondo dopo guerra ad oggi. Le più influenti ricerche sono state sicuramente quelle di Marshall Mcluhan, filosofo e sociologo canadese, punto di riferimento per lo studio della comunicazione moderna. Nei suoi libri afferma che i media si distinguono in caldi e freddi. I primi sono quelli ad alta definizione, che saturano i sensi di chi ne usufruisce, rendendolo passivo. I secondi invece sono a bassa definizione e richiedono all’utente di completare quelle lacune sensoriali che il media lascia, poiché fornisce poche o anche cattive informazioni. A quale categoria appartiene Internet? È difficile dirlo, si deve considerare infatti quanto sia ampio e diversificato il mare del Web. A primo impatto verrebbe da pensare alla mole di dati che contiene: video in altissima definizione su YouTube, immagini sempre più indistinguibili dalla realtà, ma anche forum e social network che vanno oltre gli stimoli sensoriali e toccano direttamente le emozioni, le abilità sociali e relazionali. Anche un intellettuale del calibro di Prensky, coniatore del termine “nativo digitale”, sostiene che i dati siano così tanti che neanche chi nasce nel sistema sappia gestirli. Un media caldissimo verrebbe da pensare. Ed in parte è vero. Bisogna però concentrarsi su un piccolo ed enorme dettaglio che differenzia Internet da qualsiasi mezzo comunicativo. Dispositivi come la radio e la TV sono controllati da enti privati, come la Mediaset o la Rai, ma con uno sguardo al passato anche da istituzioni quali lo Stato. Si pensi ad esempio a “Luce” in epoca fascista, incaricata di manipolare i cittadini attraverso il cinema e i programmi televisivi. I mittenti hanno quindi titoli di studio e scelgono il messaggio da mandare al ricevente, secondo un modello denominato “agenda setting”: i giornalisti che optano per un servizio di cronaca nera piuttosto che per la notizia virale e mondana del momento, presentatori che propongono questo o quel programma, cinema che scelgono un film horror invece che uno romantico e così via. Come li chiama Baricco nel suo libro “The Game” i “sacerdoti”, persone indiscutibili delle quali l’informazione la si accetta o no, senza mezzi termini. Una comunicazione che si può definire verticale. Internet invece inverte il dogma. I mittenti e i riceventi in primis sono persone alla pari: dal bambino su YouTube che fa “challenge epiche” al divulgatore appassionato che rende la scienza aperta a tutti, dalla pagina su Facebook che posta riflessioni quotidianamente ad account Twitter di personaggi politici come Donald Trump. Certo, li si può chiamare “mittenti alla pari” come “legione di imbecilli”, come ha fatto Umberto Eco sottolineando apocalitticamente quanto le idiozie che stavano solo al bar siano state amplificate. Si insomma, c’è di tutto, ma non solo: ci si scambiano idee in modo orizzontale, ma le si possono scegliere, ovvero quella che prima era l’agenda setting diventa agenda building. Si vuole guardare “come fare 10 mila euro in un mese”? Si può, a proprio rischio e pericolo. Si opta per un programma di cucina, si scarta e si passa alla spiegazione della meccanica quantistica, nuovo link e si ascolta una canzone di Eminem, poi subito dopo quella di Wagner. Se Internet ha funzionato è perché assomiglia a qualcosa che conosciamo bene: la nostra mente. Link, connessioni irrazionali, un flusso continuo che è imitato nella forma dell’ipertesto informatico. 
Questa stimolazione cognitiva è propria della caratteristica dei medium freddi. L’utente colma le lacune sensoriali che il mezzo gli propone, andando a completarlo. Un esempio lampante dell’anno 2019 è la puntata “Bandersnatch” della serie “Black Mirror”: lo spettatore ha la possibilità di modificare la trama con delle scelte che gli vengono proposte sullo schermo e che compirà poi il protagonista. Ciò lo rende attento, vigile e anche curioso, andando a stimolare la sua capacità visiva e di previsione del futuro. Vi è la ricezione del messaggio, l’elaborazione tramite PPI (processi psicologici individuali) e poi la risposta. Questa concezione della comunicazione confuta la bullett theory, con la quale si sostiene che il mittente colpisca a caso la folla, che poi automaticamente persuade, così come una pallottola colpisce la sua vittima. Al contrario vi è una persuasione razionale. Chi percepisce il messaggio infatti non è il cane di Pavlov, stimolo risposta. Internet quindi è il mass media più potente che abbiamo, così importante a livello sociale che è la massima espressione de “il mezzo è il messaggio” coniata da McLuhan. Una lettera in carta con tanto di francobollo, ad esempio, comunica qualcosa di ben diverso da un messaggio su Whatsapp. E si è visto inoltre che questo strumento affascinante e spaventoso è andato ben oltre la comunicazione. Anzi, si è addirittura allontanato dal controllo umano, come prognostica sempre Prensky. Allo stesso tempo però ha creato quello che sempre McLhuan chiama “villaggio globale”. Il mondo non è mai stato così vicino, un abitante fidentino può essere vicino di casa di un newyorkese. C’è chi invece ha chiamato questo mondo “oltremondo”, ovvero Baricco sempre nel libro “the Game”, intendendo un posto virtuale parallelo alla realtà. In qualunque modo lo si chiami, il web ha rimescolato le carte in tavola della comunicazione. E categorizzarlo in medium caldo o freddo è, come si è visto, impossibile e semplicistico. Si può dire che sia una via di mezzo, tra la possibilità di copiare le sensazioni in modo virtuale e quella di colmare le informazioni con la propria partecipazione. La verità, come al solito, sta nel mezzo.



Mussolini e la folla 


È il 10 giugno 1940. Sul far della sera, al Palazzo di Venezia, Benito Mussolini tiene uno dei suoi discorsi più celebri. A guardarlo ora fa sorridere. Come ha fatto una persona con l’espressione dalle labbra a becco di papera stampata in volto a persuadere tanta gente? Poi si guarda in America e quel sorriso diventa di amarezza. È quindi di grande importanza osservare con occhio lucido e analitico i video del passato per vivere in modo consapevole il presente. Partiamo perciò dalla prossemica. Mussolini, dall’alto del suo balcone, è sopra i suoi cittadini, o forse sarebbe meglio dire sudditi, ai quali pronuncia la dichiarazione di guerra. Questa distanza, chiamata pubblica, è tipica di un mittente che ha maggiore importanza rispetto ai suoi riceventi, con un potere istituzionale o politico, come in questo caso. Si possono ritrovare casi simili col papa in piazza San Pietro o con una semplice preside della scuola che parla ai suoi studenti. Focalizzandosi sulla forma del discorso, quindi il linguaggio non verbale, stupisce quanto siano scandite le parole del capo dei fascisti. Pronuncia infatti una o due frasi al massimo alla volta, poi si ferma e medita, guardando l’orizzonte, come fosse il futuro della nazione. Il testo può essere benissimo letto in due minuti, il discorso è pronunciato in dieci. Questi silenzi creano suspence in chi lo ascolta, evidenziando così la gravità e l’importanza delle sue parole, conferendo solennità. A questo scopo inoltre accompagna con ampi gesti del corpo e delle braccia il suo pronunciarsi, in modo teatrale. La folla è in escandescenza e si esalta particolarmente quando il dittatore pronuncia determinate parole. Si passi ora quindi al suo linguaggio verbale, ovvero il contenuto del discorso. Innanzitutto la parola “popoli” invita tutti a un serio ascolto. Parole come patria, storia, libertà e soprattutto il finale “vincere e vinceremo” creano forte fermento negli italiani, gli stessi che si esibiscono in un coro di fischi e insulti alle parole Germania e Gran Bretagna. Da notare la frase “scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’occidente”. Reazionarie. La stessa persona che stava tornando ad una politica da ancient regime ha denunciato come “reazionarie” quelle avversarie. Questo accredita sicuramente la bullet theory formulata successivamente, ovvero la concezione della comunicazione di massa secondo cui il manipolatore “spara” a caso sulla popolazione le proprie parole, convincendo automaticamente chi colpisce. Sorge però qualche dubbio. Possibile che Mussolini, con le sue pallottole di persuasione, possa colpire anche gente del XXI secolo, fuori dal contesto sociale e storico degli italiani del ‘40? I commenti al video di YouTube sono una risposta, a dimostrare l’attualità e l’importanza dell’analisi della comunicazione di massa.



La bambina in rosso 

E mentre Mussolini si atteggiava per incantare i suoi cari italiani, in paesi come la Polonia avvenivano le peggiori atrocità. Il film Schinder’s List narra di un famoso farmacista di Cracovia, Oscar Schinder appunto, che nonostante fosse nazista ospitò, e salvò, un gruppo di ebrei assumendoli nella sua industria farmaceutica, ora divenuta nella realtà un museo visitabile. Il film è in bianco e nero, probabilmente per risaltare i fatti così com’erano, senza che i colori trasmettessero emozioni più o meno influenti sul messaggio. Gli avvenimenti appunto sono raccapriccianti senza una retorica della luce, quasi che il messaggio fosse il non-mezzo dell’assenza di tinte. Nella scena presa in analisi lo spettatore si cala subito nel contesto. Un bambino cerca di aiutare come può i perseguitati, ora una madre con una figlia ebrea. Stupisce l’innocenza del giovane kapò, creando un effetto di ossimoro in chi osserva l’ingenuo criminale. Si passa alla scena successiva e una melodia composta dalle voci di bambini cantilenanti accompagna gli orrori del ghetto di Cracovia. Per qualche sequenza non servono dialoghi, solo immagini e suoni, più capaci di colpire direttamente l’intelligenza emotiva dell’individuo, in particolare di svegliare quella proprietà umana che è l’empatia. Si coglie questa dagli sguardi del dr. Schinder e della donna lì accanto, che trasmettono anche un senso di impotenza coi loro occhi rassegnati. Racchiude tutto l’“andiamocene” della signora, che non vuole guardare, ma neanche può agire. All’improvviso però qualcosa di particolare attira l’attenzione del medico, ma anche dello spettatore che guarda atterrito la scena. È un porpora in mezzo al marasma dei nazisti che trucidano gli ebrei, che corre vivace evitando la cattura. Una bambina dal cappottino rosso. Questo colore intenso suscita molte domande. Cosa rappresenta? La speranza come attaccamento alla vita? L’innocenza di fronte alla tragedia nazista, come prima col kapò? Oppure darà una svolta a questa terribile storia e quindi va sottolineata? Tutti questi interrogativi suscitano nel ricevente di questo enigmatico messaggio un’elaborazione dello stesso, ovvero si tratta dei processi psicologici individuali che l’individuo pone come intermedi tra la ricezione e la risposta ad uno stimolo, in questo caso il colore rosso. L’osservatore quindi è ben attivo davanti lo schermo. Il culmine della partecipazione avviene ad un tratto, quando si vede una carriola che trasporta cadaveri. Tra queste si nota proprio quella bambina, che qualsiasi cosa rappresentasse, il messaggio è chiaro. È morta.


 Giosuè Tallarita, 5BLSU

giovedì 24 gennaio 2019

Adolescenti iperconnessi ma disconnessi



“Siamo sempre più connessi, più informati, più stimolati ma esistenzialmente sempre più soli.” 
(Tonino Cantelmi)

Da questa frase dello psichiatra Cantelmi emerge che gli adolescenti siano sempre più isolati per colpa dei social network e della possibilità di giocare online senza la presenza fisica dell’altro.
Partendo da questa affermazione ho fatto una ricerca in siti specializzati sul tema delle nuove dipendenze, tra cui quella da Internet, di cui sembrano soffrire molti ragazzi della mia età, senza però rendersene conto.
 Molti adolescenti abusano infatti dell’utilizzo dei social network trascorrendo dalle sette alle tredici ore extrascolastiche collegati in rete, comprese anche le ore notturne. Secondo un’indagine dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza,  questo fenomeno è chiamato Vamping. Sei adolescenti su dieci dichiarano di restare svegli fino all’alba per chattare e giocare online.
Tra i ragazzi è ormai diffusa la Nomofobia (no mobile fobia), ovvero la paura di rimanere senza connessione. Chi tra di noi non ha mai chiesto, arrivando in un posto nuovo “C’è il WiFi?” senza neppure guardare dove siamo e cosa abbiamo intorno?
Passiamo ore e ore chattando, postando foto e guardando video, con un impatto forte sulla nostra vita e sulla nostra autostima; come dimostrano alcuni studi, la nostra autostima è condizionata, ormai, dal numero di like e di follower che abbiamo sui nostri social network.
È diventata una vera e propria dipendenza quella del controllo compulsivo dei like (like addiction), dell’ossessivo paragone con gli amici e il continuo monitoraggio delle pagine o dei profili di amici o “rivali” che non fanno altro che aumentare sentimenti di invidia e rabbia che spesso sfociano in hate speech, ovvero messaggi che colpiscono in modo negativo ciò che viene pubblicato, influenzando l’umore e l’autostima della persona offesa. 
Tra i ragazzi è diffusa la moda di farsi tra i tre e gli otto selfie al giorno, anche in situazioni intime, che vengono pubblicati e quindi condivisi con il mondo di internet.
Quando pubblichiamo una foto, questa non è più di nostra proprietà, ma chiunque può salvarla, “screenshottarla” e condividerla. Non possiamo controllare ciò che avviene dopo, e capita spesso che questo materiale venga utilizzato da persone non sempre in buona fede: basti pensare a tutti i servizi dei media che parlano di pedopornografia che utilizza immagini pubblicate troppo ingenuamente pensando che “resta tutto tra di noi” oppure le foto pubblicate che vengono girate nelle chat di whatsapp al solo scopo di prendere in giro e umiliare qualcuno.
Sono d’accordo con lo psichiatra Gustavo Pietropolli Charmet quando sostiene, nel saggio L’insostenibile bisogno di ammirazione, che “la diffusione della moda dei selfie rappresenta una protesi alla fragilità dell’autostima e racconta della paura di non essere visto, e quindi di essere dimenticato”.
Anche i sociologi, oltre agli psicologi e psichiatri, si sono occupati del tema delle relazioni nel mondo virtuale.
Secondo il sociologo Giudo Martinotti i gruppi all’interno dei social network sono delle “piccole società” che permettono di creare o di rinsaldare legami di amicizia e di appartenenza. Una visione meno positiva è quella di Zygmunt Bauman che vede il cyberspazio come luogo che elimina le sfide e le difficoltà del costruire e mantenere un’amicizia, togliendole però la bellezza della condivisione.
A mio avviso è proprio così, perché l’amicizia è fatta anche di contatto, di sguardi, di scambi e di gesti.
Anche io uso molto i social (Facebook, Instagram e YouTube) ma facendo queste ricerche per il blog, ho capito che vanno utilizzati senza perdere il controllo e la consapevolezza di cosa potrebbe succedere ai contenuti condivisi.
Penso sia importante, prima di pubblicare qualcosa, spinti dalla noia, dalla rabbia, dalla voglia di attirare attenzione, fermarsi e riflettere su dove tutto ciò potrebbe finire e le ripercussioni sulla nostra vita. 

Anna Fossati, 4ALSU

domenica 14 ottobre 2018

Noi ragazzi dello zoo di Internet


  

Il fatto che il mondo oggi venga percepito come “accelerato” non è una novità. Anzi, è un vero e proprio dato di fatto. È quella frenesia che si percepisce nell’aria delle metropoli a farci aumentare il ritmo della falcata, a farci pestare l’asfalto con maggior fretta. La verità è che il mondo è semplicemente poco paziente.   

Si può attendere per tante ragioni: un appuntamento, il lancio di un prodotto, il rilascio di una serie TV, un passaggio in macchina, il risultato di un test, una e-mail da parte di un’azienda o di un collega, un messaggio. Saper aspettare, oggi, mentre le macchine ci passano a pochi centimetri ad una velocità che percepiamo come eccessiva, senza avere “niente da fare”, è un’arte e, in quanto tale, non tutti sono in grado di padroneggiarla.
 
Gli adolescenti, nati negli anni più veloci della storia, sono esperti nell’arte dell’impazienza, del nervosismo e dell’intolleranza. Il giudizio viene cucito frettolosamente addosso a coloro che sono altro da noi. È l’etichettamento analizzato dal sociologo Goffman, solo che oggi non ci riferiamo solo alle cosiddette istituzioni totali, semmai al quaotidiano: una foto sui social, il modo di camminare, di vestirsi, la velocità con cui si risponde ai messaggi, il numero di sigarette che finiscono schiacciate sotto la suola gommosa della sneaker. La necessità di dover etichettare tutto come positivo o negativo, e di farlo il più velocemente possibile, è una prerogativa che sembra appartenere più specificatamente alla generazione dei millennials. J. Piaget (1896-1980) con la sua rivoluzionaria psicologia dello sviluppo, aveva messo nero su bianco come gli adolescenti ragionassero per ipotesi, sviluppassero un tipo di egocentrismo definito appunto, “adolescenziale” e, come i sistemi teorici così limpidi nelle loro menti, si sovrapponessero come carta lucida sulla realtà. Oggi sempre più virtuale.


I giovani vedono il mondo attraverso filtri che permettono loro di accelerare un giudizio, senza prima possedere notizie attendibili o fatti a supporto dei pregiudizi. Non ha importanza se questi sono positivi o negativi, è quel “pre”, quel prefisso al giudizio che ci deve far pensare. Perché se si ritiene che una persona o un’azione sia bella o brutta, giusta o sbagliata a prescindere dai fatti, è possibile che tutto il processo di analisi venga inficiato da una stucchevole predisposizione all’influenza sociale.

 “L’arte dell’attesa”, saggio di Andrea Köhler, mette in luce il concetto di “attesa” attraverso diversi punti di vista ma, quello che meglio si accosta al nervosismo delle ultime generazioni, è il seguente: “L’attesa è impotenza, e il fatto che da soli non riusciamo a cambiare le cose è un’umiliazione che stravolge il nostro modo di percepire il mondo”. Chi è tenuto ad aspettare non può fare altro che sentirsi vulnerabile, incapace, e questa sensazione si rafforza nel momento in cui siamo soli e dobbiamo aspettare “qualcosa”.
Chissà se Godot arriverà mai!
Il disagio dei ragazzi che non hanno nessuno con cui intrattenere una conversazione alla fermata del pullman, o prima del suono della campanella di scuola, viene in qualche modo mascherato attraverso l’uso del cellulare, ed è durante queste pause che l’impazienza si manifesta nella gamba che si agita sotto il tavolo, nei capelli scostati dal viso, nell’inconcludente ricerca dentro lo zaino di un oggetto che possa renderli apparentemente impegnati.
 
L’emblema di questa gioventù risiede nelle ormai celebri “spunte blu”: due insignificanti flag che stanno alla base dei messaggi di WhatsApp, così apparentemente innocenti, così concretamente infidi.
Forse il mondo era un posto un po’ più felice prima che qualche algoritmo rivelasse la nostra presenza in chat, la nostra posizione geografica, quali messaggi avevamo effettivamente ascoltato o letto e quali no –volontariamente o involontariamente-.
O Forse no: siamo le nostre scelte, anche quando queste ci sovrastano coercitivamente.
Ed è proprio in questo esempio che si riflette l’adolescente secondo Piaget: “perché ha visualizzato e non ha risposto? Mi sta ignorando di proposito? Sta parlando con qualcun altro? Quindi questo qualcun altro è più importante di me? Sicuramente mi sta tradendo”.
Un bla bla di dubbi, di inconsistenti ipotesi che però fanno male.

Egocentrismo, ragionamento per ipotesi, disegni mentali che, spesso, non ricalcano la realtà. Aspettare una risposta sui social è causa di un nervosismo perenne di cui non sempre gli individui si rendono conto. Quest’impazienza rende l’attesa un momento di forte tensione, di preoccupazione e ansia.
Molti adulti, ormai appartenenti alla generazione X – classe 1960-’80- probabilmente non risentono così prepotentemente di queste problematiche, essendo poco presenti sui social.

Saper aspettare non significa solamente occupare il tempo mentre si attende qualcosa di particolare, può capitare di dover “ammazzare il tempo”, e di non avere nessun’arma a disposizione con cui farlo. Qui entrano in gioco la settimana enigmistica, i giornali, i libri – nel caso non si abbiano a disposizione dispositivi elettronici – oppure serie TV, film, video e forum. Sempre più spesso si sentono frasi come “in Italia si legge sempre meno” oppure “sono sempre davanti al cellulare”, ovviamente riferite a coloro che Michele Serra aveva battezzato “gli Sdraiati” nel suo romanzo del 2013.
Non è raro sentire di ragazzi che si informano tramite i 280 caratteri di Twitter, o che conoscono la trama di un libro senza mai averlo aperto: sembra basti guardare un video per sapere tutto di un romanzo. C’è da attendere meno, non ci sono pagine da leggere, solo fotogrammi da guardare.
Ma anche le serie TV sono vittime di questa ingordigia del tutto e subito: la mietitura in questo caso si chiama spoiler. Ecco che si scatena una guerra lampo tra binge-watcher, ovvero coloro che guardano le novità seriali il più velocemente possibile.
Cosa si ricava? Nulla.
Cosa si perde? Nella migliore delle ipotesi il discorso, nella peggiore la possibilità di pensare, ragionare, vivere le ambientazioni e la trama. In poche parole, gustare la scoperta della conoscenza.
 
Avendo tutto a portata di mano in una piccola scatola nera chiamata cellulare, l’attesa, perde di significato.
Viviamo un mondo in cui si è sentita l’egenza di creare un’enciclopedia on line dedita solamente al “come fare determinate cose”: Wikihow,  la quale disintegra la possibilità di rimuginare per capire “come fare una determinata cosa”. La scusa per chi naviga su questo sito è sostanzialmente la mancanza di tempo, che potrebbe corrispondere ai minuti necessari per capire come avvitare un bullone.
 
Anche il diventare grandi è un’attesa frenetica. Come se non si avesse abbastanza tempo per raggiungere la meta. Poi la meta arriva, ma in quel caso l’attesa ha smesso di essere arte: è diventata vita. Bisognerebbe insegnare ai bambini che non si può “aspettare di crescere, vedersi crescere”, di non preoccuparsi di questo, perché accade e basta, come nei romanzi di formazione, nei cartoni animati, nei film.  Il dunque saper aspettare diventa inconsapevolezza.
 “Adesso smetto di leggere Geronimo Stilton” e si è grandi, quasi per magia, ma non funziona così perché l’attesa più bella è quella di qualcosa che non si conosce, ma di cui si sente la presenza quando arriva; l’attesa che ci fa dire “non mi ero accorto di aver aspettato tanto”.  

Anita Murelli 5^ALSU