Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido (Albert Einstein).

Prima di sprofondare nel grande sonno voglio ascoltare l'urlo della farfalla (Jim Morrison).

Il futuro, significa perdere quello che si ha ora, e veder nascere qualcosa che non si ha ancora (Haruki Murakami).

Non sono una donna addomesticabile (Alda Merini).

Il mondo che ti circonda è stato costruito da persone che non erano più intelligenti di te (Steve Jobs).

venerdì 11 giugno 2021

KITCHEN DI BANANA YOSHIMOTO


Mikage è una ragazza che rimane sola al mondo dopo la morte della nonna e per problemi economici è costretta a cambiare casa. Proprio nel momento del bisogno arriva Yuichi, un giovane che conosceva sua nonna e le propone di stare a casa sua fin quando non troverà una nuova sistemazione.

Ma perché proprio il titolo Kitchen? Perché la protagonista ha un rapporto particolare con la cucina e il cibo. Per lei la cucina non è solo un luogo dove preparare il pranzo e la cena, ma è un posto che richiama calore, famiglia e sua nonna.

 “Quanti anni avevo quando ho capito che su quel sentiero buio e solitario l'unica luce possibile era quella che io stessa avrei emanato? Anche se sono stata cresciuta con amore, mi sono sempre sentita sola”

Il romanzo parla della solitudine dei giovani e della morte, due punti che spesso riscontro nei romanzi di Yoshimoto, la quale ha l’abilità innata di trattare in modo così fluido e leggero questi concetti senza però sminuirne l’importanza. 
Devo dire che mi aspettavo molto di più da questa storia. Mikage è una protagonista che a volte non mi ha convinta particolarmente e l’ho trovata molto statica. Ho però adorato la caratterizzazione di Yuichi, un ragazzo introverso che vive da solo con un padre trasngender; questo particolare ha dato più corpo alla storia sollevando altri punti interessanti inerenti alla società giapponese. Il rapporto di Mikage e Yuichi si evolve lentamente e tutto nasce dal dolore, due anime che si completano stando vicine. Anche se mi aspettavo molto di più da questo libro, Kitchen è stata comunque una piacevole lettura ed è sicuramente un titolo da tenere in libreria se amate lo stile di Banana Yoshimoto.

“La strada è sempre decisa, non però in senso fatalistico. Sono il nostro continuo respirare, gli sguardi, i giorni che si susseguono a deciderla naturalmente”

E voi che libri avete letto di Banana Yoshimoto? Io per ora ho letto solo ‘Kitchen’ e ‘Il dolce domani’ entrambi hanno avuto il potere di trasportarmi in Giappone e nella cultura di quel territorio magico.

MARTINA SIGNORILE 3ALSU

LETTERA DI RINGRAZIAMENTO DELLA SIG. RA ADRIANA FUMI

 





giovedì 3 giugno 2021

In viaggio verso la felicità (disegno di Manuel)

 


venerdì 28 maggio 2021

Circe di Madeline Miller


Ci sembra di conoscere tutto sulla storia della maga Circe, la storia che ci racconta Omero, la maga si innamora perdutamente di Odisseo e trasforma i suoi compagni in maiali; ma quello che non sappiamo è che c’è un prima e un dopo nella vita di questa figura, che ne fa uno dei personaggi femminili più belli e più complessi della mitologia classica.

Circe, figlia di un titano e di una ninfa delle acque, è molto diversa dai suoi genitori quanto dei suoi fratelli divini: preferisce stare con gli umani piuttosto che con gli Dei, ha un aspetto fosco e un carattere difficile. Proprio a causa di questa sua diversità, Circe, si è sempre sentita inadeguata e sbagliata, ed è costretta a vivere in esilio sull’isola di Egea dove scoprirà di possedere delle doti magiche. Circe, oltre a avere doti magiche, scoprirà di avere molte somiglianze con gli uomini, con i mortali, poiché la maga tanto temuta ha dei sentimenti, prova dolore e gioia, rabbia e felicità, soffre per amore ma ne è anche affascinata… Ma arriverà il momento in cui dovrà scegliere se appartenere al mondo dei mortali o al mondo degli Dei.

 ‘Per tutta la vita mi sono spinta avanti, e adesso eccomi qui. Di un mortale ho la voce, che io abbia tutto il resto’

Dopo aver letto ‘La canzone di Achille’ non potevo non leggere ‘Circe’; devo dire che avevo grandi aspettative, mi aspettavo un libro totalmente al femminile, che mi facesse emozionare, ed è stato proprio così, ha superato le mie aspettative! 


Il fatto che Circe provi dei sentimenti umani mi ha fatto completamente distogliere dalla visione che avevo prima su questa maga, la ricordavo solo come colei che aveva trasformato i compagni di Ulisse in maiali, ma invece è molto di più, e questo libro me lo ha fatto capire. Una madre, una maga, una dea, Circe non possiamo definirla con un solo nominativo perché è tanto altro.

Madeline Miller mi ha fatto emozionare anche questa volta, è riuscita a trasportarmi nel mondo classico tra gli Dei e tra la magia di quel posto, ma non solo ho colto a pieno tutti i sentimenti e le emozioni che la maga Circe prova, tra dolore e gioia, preoccupazione e amore, l’ho sentita molto vicina a me.

Un bellissimo libro, da leggere assolutamente per gli appassionati, come me, di mitologia classica!

‘Tutta la mia vita non era stata che tenebre e abissi, ma io non ero parte di quelle acque scure. Ero soltanto una delle creature che le abitavano’

            MARTINA SIGNORILE


 “Il mondo era fatto di misteri, e io ero solo un enigma fra i tanti.”


Circe, una dea che ha avuto la “colpa” di nascere donna, non particolarmente affascinante e con una voce sgraziata, viene sin dalla sua nascita posta ai margini della vita sociale nel palazzo dello splendente Elios.

Circe, non dea, non maga, non strega, ma una persona come tante, un animo puro, sincero, fragile nel suo essere forte, con le sue aspirazioni, i suoi timori, i suoi sbagli, i sentimenti che la contraddistinguono, rendendola semplicemente UNICA!

“Si dice che le donne siano creature delicate, come fiori, come uova, come qualsiasi cosa che possa essere schiacciato in un momento di negligenza. Se mai ci avevo creduto, non era più così.”

Tra miti, ambientazioni spettacolari, una narrazione frizzante e moderna tipica di Madeline Miller, storie d’amore, d’amicizia e di soprusi… l’autrice ha condotto il lettore in un lungo viaggio insidioso, in terre lontane e antiche, pieno di peripezie, pieno di sentimenti ed emozioni contrastanti che hanno reso il libro unico nel suo genere, che sono riuscite a catapultare il lettore nella mente, nei pensieri, nel cuore, e nelle scelte di tutti personaggi!

Se dunque cercate un libro leggero ma al contempo interessante e istruttivo, se cercate un libro con una scrittura moderna che, alterna lunghe descrizioni a momenti dinamici e di grande suspence, se amate i miti greci e i loro protagonisti, allora “Circe” di Madeline Miller è il libro che fa per voi, una lettura semplice ma obbligatoria per tutti gli amanti dei libri!

 “Il suo solo amore era la ragione. E quella non è mai stata identica alla saggezza.”

Ziliani Camilla

 

sabato 22 maggio 2021

FINCHÉ LE STELLE SARANNO IN CIELO DI KRISTIN HARMEL

 


“Osservavamo l'orizzonte in silenzio fino all'alba, dopo di che tornavamo al lavoro.

"Cos'è che guardi sempre , Mamie?" le chiesi una mattina.

"Guardo il cielo, tesoro mio", rispose.

"Lo so. Ma perché?"

Mi attirò a sé, stringendomi contro il suo istinto grembiule rosa, quello che portava da sempre. La forza con cui mi stava abbracciando mi spaventò un po'.

"Chérie, guardo scomparire le stelle", spiegò dopo un minuto.

"Perché?" domandai io.

"Perché anche se non riesci a vederle sono sempre là", disse."Si stanno solo nascondendo dietro il sole."

"E con questo?" replicai timidamente io.

Lei mi lasciò andare e si chinò a guardarmi negli occhi. "Tesoro mio, è bello rammentare che non sempre hai bisogno di vedere qualcosa per sapere che c'è”. “

Da poco divorziata, con una pasticceria destinata alla chiusura, un rapporto difficile con la figlia, la morte dell’amata madre Josephine e l'alzheimer della misteriosa ed enigmatica nonna Rose, Hope, la protagonista del romanzo, intraprende durante la narrazione, un lungo e tortuoso viaggio alla ricerca di sé stessa, della propria personalità, delle proprie convinzioni e soprattutto delle proprie origini.

“Ora so che il principe esiste davvero, che le persone che ami possono salvarti e che il destino potrebbe avere per tutti un piano più vasto di quanto riusciamo a capire. Ora so che le fiabe possono diventare realtà, se soltanto hai il coraggio di continuare a crederci” 


Da sempre Rose, nell’attimo che precede la sera, alza lo sguardo e cerca la prima stella del crepuscolo, è quella stella, la SUA stella che, nel corso degli anni, le ha permesso di ricordare chi è veramente, da dove viene e il male che ha subito in passato, un male ed un odio destinati a non essere dimenticati.

Il suo è un passato che nessuno conosce, non ne è venuta a conoscenza la figlia Josephine prima della sua morte e, non ne è tuttora consapevole la giovane nipote Hope. Ma adesso, a distanza di settant'anni, è venuto il momento di dar voce ai suoi ricordi, di riportare in vita la sua vera identità, è venuto il tempo di realizzare il suo ultimo desiderio: ritrovare la sua vera famiglia, a Parigi.

“A volte si chiedeva se lo sforzo di dimenticare non avesse fatto sì che le reminiscenze sopravvivessero intatte, nello stesso modo in cui conservare per anni un documento in un contenitore ermetico e buio poteva impedirgli di sgretolarsi.”


Rose  confida nell’amata nipote Hope, affinché possa realizzare i suoi desideri, quest’ultima tuttavia, non ha nulla in mano se non un elenco di nomi e una ricetta di famiglia dal sapore unico ed inconfondibile.

Dopo numerose ricerche, lunghi viaggi ed importanti scoperte, Hope verrà a conoscenza di un duro e crudele passato fatto di errori, bugie e fughe.

Hope scoprirà la reale religione della nonna, l’ebraismo, e la crudeltà dell’Olocausto, evento che da sempre Hope conosceva mediante i libri di storia ma che mai e poi mai avrebbe pensato essere connesso con le proprie origini, essere parte della sua famiglia, ed è proprio questa scoperta che spingerà Hope alla ricerca di maggiori informazioni sulla sua vera identità, i suoi antenati e quindi la sua storia, fino ad arrivare a conoscenze inaspettate ed emozionanti.

 «Sì, sono ebrea», dichiara. «ma sono anche cattolica.» Dopo una breve pausa aggiunge: «E anche musulmana».

«Mamie, cosa vuoi dire?» domandò, tentando di impedire alla mia voce di tremare. «Non sei musulmana.»

«Non è la stessa cosa? È l'umanità a creare le differenze. Ma questo non significa che non sia sempre lo stesso Dio.»

 Un libro coinvolgente ed appassionante quello scritto da Kristin Harmel che, fa breccia nei cuori di tutti i lettori.

“ Più impariamo, più cresciamo insieme. La conoscenza abbatte il pregiudizio. “

 Impossibile non innamorarsi di Rose e della sua vena romantica, lei che nella sua vita è stata vittima dell’Olocausto, lei che nonostante tutto e tutti, nel corso del tempo è riuscita a garantire un buon futuro alla figlia dopo grandi sacrifici ed enormi cambiamenti come ad esempio l’aver cambiato identità, senza però dimenticare la sua famiglia e il suo unico e vero amore, Jacob, mantenendo nel corso degli anni questi piccoli ma grandi dettagli dentro di sé, come fossero segreti inconfessabili.

"Alcuni tipi di amore sono più potenti di altri"..."Questo non significa che non siano tutti autentici. Alcuni amori tentiamo di farceli andare bene me non calzano mai davvero a pennello."..."Altri sono amori fra brave persone che si ammirano a vicenda e con il tempo imparano ad amarsi".."Poi esiste l'amore che tutti abbiamo l'opportunità di avere ma che pochi sono abbastanza saggi da scorgere o abbastanza coraggiosi da afferrare. Questo è il tipo di amore capace di cambiarti la vita." 


Impossibile nel corso della lettura non affezionarsi a Hope, una giovane donna che, nonostante il divorzio con il marito, i litigi con la figlia, la morte della madre Josephine, l'alzheimer della nonna e la pasticceria di famiglia prossima alla chiusura, mantiene una propria indipendenza, una propria dignità e autosufficienza, anche a costo di svegliarsi presto tutte le mattine per garantire alla propria attività di vendere dolci freschi, apprezzabili dai clienti e un buon futuro alla figlia.

 

“ La vita è una serie di opportunità, e devi avere il coraggio di afferrarle prima che gli anni ti passino accanto senza lasciarti altro che rimpianti. “

Una storia ambientata in un epoca particolarmente infelice, quella dell’olocausto, una storia sul destino, che separa ma sul concludersi della vita riunisce, una storia dolce come i dolci di Rose ma al contempo estremamente amara, una storia da leggere tutta d’un fiato a tutte le età per la sua bellissima e incondizionata unicità!.

Camilla Ziliani

Un romanzo molto commovente dove passato e presente si intrecciano nella mente e nel cuore delle due protagoniste, nel quale si racconta dell’olocausto come non è mai stato fatto prima.

Attraverso i ricordi di Nonna Rose ci immergiamo nel suo passato, un passato pieno di tristezza, pieno di odio e di guerra, un passato duro che non lascerà scampo a nessuno.

Attraverso i dolci di Hope possiamo riscoprire la passione per un vecchio mestiere, l’amore per i propri figli e non solo…

E attraverso le storie di Jacob e Alain possiamo scoprire l’amore vero, l’amore duraturo nel tempo, quell’amore che non svanisce nel momento dell’addio ma che si fortifica.

 “Quando era più giovane, non si era resa conto che il destino può essere deciso in un solo istante, che le scelte più insignificanti possono plasmare la tua vita. Adesso lo sapeva, ma era troppo tardi, troppo tardi per cambiare alcunché.”

 


Proprio perché la nostra protagonista ha una pasticceria e una passione per la cucina, all’interno di questo libro non possono di certo mancare delle ricette; delle ricette ispirate alla cucina musulmana ed ebrea, quindi ci immergiamo in un mondo completamente estraneo a noi, ma vi posso assicurare che queste ricette sono favolose! Se siete degli amanti come me della cucina ma soprattutto se amate sperimentare ricette, allora questo libro fa per voi.

Un libro davvero bellissimo, che avevo nella libreria da tempo ma non mi decidevo a leggerlo!

 “Nessuno ha la vita che si aspettava, ma è il modo in cui ci si adatta alle difficoltà a determinare se si è felici o no.”

   Martina Signorile                                        

 

"Chi sono io?"


Come reagiresti se scoprissi che i tuoi genitori non sono quelli con cui sei cresciuto ma altri, con una cultura ed una religione diversa e appartenessero ad un popolo che tu hai sempre imparato a odiare e riconoscere come il tuo nemico?

“Il figlio dell’altra”, film di Lorraine Levy del 2012, affronta la questione israelo-palestinese attraverso le storie di Yacine e Joseph, vittime di uno scambio di culla alla nascita, appartenenti a due culture e due appartenenze sociali opposte. Il rapporto che nasce fra i due ragazzi può essere letto come metafora di un incontro possibile, di un’amicizia sincera che diviene strada per sovvertire e annientare la violenza e l’odio, ancora presenti attualmente. I temi principali del film sono l’identità, la diversità, lo smarrimento e l’apertura all’altro.  I ragazzi si trovano davanti a una situazione ambigua: l’incontro con i genitori biologici. Inizialmente disorientati, riescono a scoprire l’unicità delle loro storie: la possibilità di conoscere due culture e tradizioni differenti e scegliere a quale aderire. Nonostante l’educazione impartita in modo  differente, entrambi hanno la curiosità di scoprire la loro vera origine ma si sentono, allo stesso tempo, estranei a se stessi e al modo in cui sono stati cresciuti: non sanno se vivere con i genitori biologici, abbandonare le loro tradizioni e trasferirsi dalla parte “giusta” della città. Questo turbamento può essere paragonato all’idea di una delle quattro alienazioni di Karl Marx, ossia quella verso se stessi: i protagonisti non si riconoscono più come individui appartenenti ad una società specifica ma come un ignoto in cerca di risposte. Dal punto di vista pedagogico in Palestina e ad Israele valgono due sistemi scolastici diversi.

 [1]Il sistema scolastico israeliano si presenta complesso, in quanto innestato sulla precedente organizzazione mandataria, a sua volta basata su quella ottomana. Il sistema scolastico ottomano rifletteva la struttura stessa dell’impero, che era suddiviso in millet, le comunità etnico-religiose, ognuna delle quali relativamente autonoma, e si ispirava al modello francese. L’educazione pubblica era gratuita e obbligatoria, durava in genere quattro anni e l’insegnamento della religione costituiva parte del programma. La lingua ufficiale era il turco, ma l’arabo era considerato seconda lingua. Le minoranze godevano di una certa autonomia ed era consentito loro di possedere proprie scuole private. Anche se all’epoca la presenza araba nella scuola fosse piuttosto bassa, esistevano alcuni istituti privati musulmani, a carattere religioso, favoriti probabilmente dall’inserimento dell’arabo come seconda lingua di insegnamento. Per quanto riguardava l’educazione ebraica, invece, essa si presentava piuttosto dispersiva. Gli ebrei che si erano trasferiti nell’impero ottomano avevano portato con sé la propria lingua e la propria cultura.

[2]Il sistema pubblico o statale è affiancato dalle scuole religiose ebraiche gestite e controllate dalle diverse comunità ortodossie che in prevalenza accolgono alunni maschi a partire dalle medie; e oltre a queste dalle scuole religiose cristiane delle diverse confessioni e dall’istruzione privata laica. Inoltre l’istruzione professionale, che può iniziare dopo le elementari, dipende non dal Ministero dell’Istruzione ma dal Ministero dell’Industria e del Commercio. L’occupazione britannica dette un forte impulso all’istruzione, ma al tempo stesso favorì una maggiore segregazione e un’ulteriore separazione tra i due gruppi; questo non solo per il conflitto nazionale che già li opponeva e per le differenze sociali e culturali, ma anche per aver cercato, ognuno per conto proprio, di organizzare anche il sistema educativo.

La natura multiculturale della società israeliana trova un suo spazio nell’ambito del sistema educativo. Proprio per questo le scuole sono suddivise in quattro gruppi: scuole statali, frequentate dalla maggioranza degli studenti; scuole religiose statali, nelle quali viene dato rilievo agli studi ebraici, alla tradizione e all’osservanza; scuole arabe e druse, nelle quali l’insegnamento si svolge in arabo e viene data particolare attenzione a storia, religione e cultura araba e drusa; scuole private, che operano sotto la tutela di varie organizzazioni religiose ed internazionali.

Per quanto riguardava la minoranza ebraica, il governo mandatario ne riconobbe l’autonomia anche nel campo educativo, che era gestita da quattro principali organismi: il consiglio nazionale (Va’ad Leumi), controllato dal governo mandatario, che decideva su tutte le questioni principali; il consiglio ebraico dell’istruzione; il comitato esecutivo, che si occupava dell’amministrazione delle scuole; il dipartimento dell’istruzione, composto da un direttore e da uno staff di ispettori e assistenti. Diversi fattori esercitarono la loro influenza sull’intero sistema scolastico ebraico: le pressioni della vecchia comunità ebraica da tempo residente in Palestina, l’impegno britannico a sostegno della creazione di un national home ebraico, la volontà inglese di ridurre i costi del controllo coloniale sulla regione e, infine, l’eredità stessa dell’amministrazione turca. L’intero sistema scolastico israeliano, centralizzato e sottoposto alla supervisione del ministero dell’educazione, è suddiviso in sei distretti, ognuno dei quali guidato da un funzionario ebreo, all’interno dei quali vi è un sovrintendente ebreo per le scuole ebree, religiose e laiche, e un sovrintendente arabo per le scuole statali arabe. Il ministero dell’educazione nomina i docenti, tra cui anche quelli che lavorano nelle scuole arabe, e controlla direttamente i curricoli adottati da tutte le scuole. Questi ultimi presentano delle differenze soprattutto in ambito storico e culturale. Infatti, mentre i programmi delle scuole arabe prevedono lo studio della storia, della tradizione e della cultura ebraica, quelli delle scuole ebraiche non prevedono lo studio della storia, della cultura e delle tradizioni arabe e, anche quando è previsto lo studio dell’arabo, l’approccio adottato è, come afferma Majid Al-Haj, quello dello “studio del nemico”.

Il moderno Stato di Israele, nato nel 1948, ha ereditato questo sistema scolastico basato sulla separazione tra i sistemi educativi arabo ed ebraico. Di conseguenza, le scuole in Israele sono ancora oggi rigidamente separate per nazionalità e per il grado di aderenza alle pratiche religiose. Ci sono scuole diverse per i bambini ebrei laici e religiosi e scuole statali e religiose separate per gli arabi, sia cristiani sia musulmani. Nelle prime, la lingua è l’ebraico e lo studio dell’arabo non è obbligatorio; nelle seconde, la lingua usata è l’arabo ma lo studio dell’ebraico è obbligatorio.

Invece in Palestina quasi [3]tutti i bambini fra i 6 e i 9 anni frequentano la scuola, ma a 15 anni circa il 25% dei ragazzi e il 7% delle ragazze hanno già abbandonato gli studi.  Lo studio, reso pubblico oggi, sottolinea i numerosi fattori, spesso interconnessi fra loro, che contribuiscono alla dispersione scolastica dei bambini e degli adolescenti palestinesi.  Gli adolescenti maschi, fra i 14 e i 15 anni, rappresentano circa la metà di tutti i bambini che, fino all’età scolastica obbligatoria di 15 anni, non vanno a scuola. Il rapporto sottolinea che un numero maggiore di ragazzi in questa fascia di età non stanno frequentando la scuola in Cisgiordania (18,3%), rispetto alla Striscia di Gaza (14,7%).

[4]Il motivo principale dell’abbandono scolastico include un’istruzione di scarsa qualità, che spesso è vista come un fattore non rilevante nelle loro vite, violenza fisica ed emotiva a scuola, sia da parte degli insegnanti che dei coetanei, e il conflitto armato.

In Cisgiordania, i bambini sono spesso costretti ad attraversare diversi checkpoint, blocchi stradali e di aggirare gli insediamenti israeliani solo per raggiungere l’aula.

Questo più essere difficile soprattutto per gli adolescenti maschi, visto che hanno maggiori probabilità di essere fermati e interrogati lungo la strada per andare a scuola. Nella Striscia di Gaza, le aule sono sovraffollate, con in media 37 alunni per classe. Fra coloro che sono iscritti dal primo al decimo anno scolastico, circa il 90% frequentano scuole organizzate su due turni. Ciò riduce le ore per l’apprendimento e la capacità degli insegnanti di supportare adeguatamente i bambini, soprattutto quelli che hanno difficoltà di apprendimento e comportamentali.

Essere a scuola non aiuta solo i bambini palestinesi a imparare e svilupparsi, ma fornisce inoltre una stabilità e delle abilità utili per la vita che sono di particolare importanza in questi ambienti molto stressanti.

Il rapporto sottolinea inoltre che le violenze colpiscono l’istruzione in diversi modi. Oltre due terzi dei bambini che frequentano dal primo al decimo anno scolastico sono esposti a violenze emotive e fisiche nelle loro scuole e, a causa dei conflitti, per oltre 29.000 bambini nel 2017 il loro percorso scolastico è stato interrotto a causa di 170 attacchi e minacce di attacchi su scuole, studenti o insegnanti, che colpiscono ulteriormente la frequenza scolastica.

Per realizzare il diritto all’istruzione di ogni bambino in Palestina, l’UNICEF chiede di migliorare la qualità dell’istruzione nelle scuole che hanno basso rendimento, aumentare l’accesso a servizi per l’istruzione su misura, migliorare la formazione e il supporto tecnico agli insegnanti per un’istruzione che sia inclusiva, differenziare per target e personalizzare i servizi di supporto sia a scuola sia fuori, come consulenza, programmi di assistenza sociale e servizi sanitari, migliorare e ampliare i programmi di prevenzione alla violenza, fra cui formazione sull’educazione positiva per gli insegnanti, proteggere le scuole dalla violenza legata al conflitto, fra cui incursioni da parte delle forze militari e di sicurezza.

[5]La Palestina ha condotto varie campagne per il diritto all’istruzione sottolineando l’annessione pianificata come l’inizio di una nuova fase: un regime di insediamento coloniale e apartheid più radicato che espellerà ulteriormente i palestinesi dalla loro terra. Negare a intere generazioni il diritto di nascita all’istruzione è una delle tattiche che Israele usa per cacciare i palestinesi. La campagna per il diritto all’istruzione fa parte delle contromisure organizzate guidate da comitati popolari per affermare il diritto dei palestinesi di esistere sulla loro terra e per contrastare l’intensificazione dell’oppressione. Il fatto che l’occupazione israeliana priva sistematicamente i palestinesi nella Valle del Giordano del diritto all’istruzione crea un’intera generazione che ignora la propria storia e identità culturale. Distruggere l’identità culturale palestinese e tentare di cancellare la memoria collettiva che li collega come popolo ad altri palestinesi è un altro modo con cui il sionismo mira a eliminare il popolo palestinese nativo. Questa politica è quello che viene definito “genocidio culturale”. La campagna per il diritto all’istruzione intende creare fatti sul campo per salvare l’identità culturale dei palestinesi dall’annientamento. Come si evince dal film Il figlio dell’altra di Lorraine Levy del 2012, i bambini, sia palestinesi che israeliani, non sono educati in uno spirito di amore.  Le autorità israeliane in questo settore non stanno preparando i bambini per una vita di pace, di tolleranza e di uguaglianza. [6]Infatti i testi scolastici palestinesi non facevano cenno ad alcuna presenza ebraica nell’antica terra d’Israele/Palestina, e non rappresentavano lo stato di Israele sulle mappe moderne. Gli ebrei venivano denigrati come cospiratori e assassini. Dall’inizio della seconda intifada, la rivolta, iniziatasi alla fine del 1987, degli arabi palestinesi all'interno dello Stato d'Israele e nei territori da questo occupati, il sistema di “chiusure interne” si è progressivamente consolidato e istituzionalizzato, culminando nella divisione della Cisgiordania in otto unità territoriali isolate, collegate con i maggiori centri abitati palestinesi. Contemporaneamente, è stato introdotto un nuovo sistema di permessi in base al quale, i palestinesi della Cisgiordania sono tenuti a procurarsi dalla autorità israeliane delle autorizzazioni speciali per potersi spostare da una città all’altra della Palestina, compresa la città simbolo di Gerusalemme Est occupata. Queste restrizioni del movimento sono imposte mediante un complesso sistema di posti di controllo e di barriere fisiche.  Nel film si evidenzia bene come ci sia questa divisione e separazione tra i due popoli, vengono rappresentati i vari momenti in cui i protagonisti devono entrare e uscire dallo stato palestinese. Questa sorta di muro divide due mondi antitetici, da una parte la ricchezza dall’altra la povertà.

Analizzando i due sistemi educativi ci si può ricollegare al pensiero di Rousseau. Egli afferma che alla nascita si possiedono tre maestri: la natura, gli uomini e le cose. La natura provvede allo sviluppo biologico e cognitivo; gli uomini esemplificano l’uso che si può fare degli strumenti sviluppati dalla natura, mentre le cose stimolano l’apprendimento empirico.  Nelle due culture questi aspetti si evidenziano nell’importanza data dalla natura in cui si vive, la quale rappresenta una serie di codici e regole che determinano lo sviluppo del bambino. Si evince dall’analisi di Rousseau la presa di coscienza dell’esistenza dell’infanzia. Una fase dove il bambino possiede una dimensione propria, con peculiarità, caratteristiche ed esigenze, che fino al XVII secolo è stata pressoché ignorata. È da queste peculiarità che deve muovere l’azione educativa, la quale deve possedere tre caratteri fondamentali. Deve essere naturale, cioè a contatto con la natura in modo tale da sottrarre il bambino all’influenza negativa della società. Negativa, cioè il bambino deve avere la libertà di scoprire autonomamente ciò che è giusto e ciò che non lo è, attraverso il passaggio dalla sensazione alla riflessione. Infine indiretta, cioè volta a stimolare l’interesse dell’allievo. Il bambino si trova, per la prima volta, al centro del meccanismo educativo. Il puerocentrismo emerge nell’educazione dei due ragazzi che vengono messi al centro delle loro famiglie le quali condividono lo stesso amore per i figli e la stessa idea di educazione negativa di Rousseau. Infatti i giovani hanno la libertà di sperimentare la vita dell’altro, di capire cosa sia più giusto fare e di riflettere su chi si è e chi si vuole essere. Nel corso della trama Yacine e Joseph si chiedono spesso chi siano e chi vorrebbe diventare, la domanda è ostica e la risposta non è pervenuta da entrambi. Proprio per questo il film ha un finale sospeso, una voce racconta le conseguenze come se i due ragazzi si fossero scambiati la vita ma nulla è certo. Personalmente credo che questo racconto sia un’utopia, si è cercato tante volte di pacificare i due stati ma senza successo, tutt’ora è in atto uno scontro che sta portando tante vittime innocenti e la distruzione di tutto.  Vale la pena tutto ciò? Ci sarà mai una tregua definitiva tra i due stati? Io spero di sì, ma bisogna che si cambi mentalità da entrambe le parti e che si provi a cercare un punto di incontro.

di Arianna Guareschi, 4BLSU        

[1] https://core.ac.uk/download/pdf/41168597.pdf.

[2] https://boa.unimib.it/bitstream/10281/53445/1/Phd_unimib_734506.pdf.

[3] https://www.unicef.it/media/in-palestina-la-met-degli-adolescenti-maschi-non-frequenta-la-scuola/.

[4] https://www.aise.it/anno2018/unicef-in-palestina-il-25-dei-ragazzi-di-15-anni-non-va-a-scuola/118916/160.

[5] https://palestinaculturaliberta.org/2020/09/29/diritto-alla-scuola/.

[6] http://www.focusonisrael.org/2008/06/06/testi-palestinesi-ebrei-denigrati-come-serpenti-assassini/.

sabato 15 maggio 2021

CRONACA DI ORDINARIA (NON) VIOLENZA


“George Floyd: dopo un anno è finalmente giustizia”

E’ passato esattamente un anno da quando le pagine dei social network di tutto il mondo sono state invase da uno dei video più strazianti e violenti mai visti: George Floyd, afroamericano, muore soffocato dal ginocchio di un agente bianco. Un anno di proteste, silenzi, di continue lotte nei tribunali, di false dichiarazioni che vedevano la morte di Floyd dovuta a decine di cause surreali tra cui il covid o overdose, ma finalmente ieri la sentenza finale è stata emanata e l’omicida è stato finalmente condannato. Derek Chauvin, il poliziotto che aveva premuto il ginocchio sull’esofago di Floyd per più di 9 minuti, ha lasciato l’aula in manette e sarà messo sotto custodia cautelare finché non sarà stabilita la sua pena.  Uno dei legali della famiglia Floyd ha definito questo processo come una svolta nella storia americana, e noi non possiamo che appoggiare questa affermazione, poiché finalmente ha trionfare è la giustizia e non il colore della pelle! Alla felicità per il verdetto si aggiunge quella per il gesto del presidente Biden che, dopo aver chiamato la famiglia e averla invitata alla Casa Bianca, ha tenuto un discorso nazionale dove ha definito la storia di George come un punto fondamentale nella lotta al razzismo concludendo con una frase veramente significativa “Le sue parole non devono morire con lui!”.  C’è voluto un anno e sicuramente tutto ciò non fermerà il razzismo, ma dopo il Black lives matter, dopo tutti gli sforzi, dopo tutte le proteste finalmente George Floyd può riposare in pace.                     

"Legge ZAN,la legge che fa scalpore"

E’ notizia del momento: il DDL ZAN, ovvero la legge contro l'omo-lesbo-bi-transfobia, ma perché questo decreto ha creato tanto scalpore? La legge è già stata approvata alla Camera dei Deputati mentre in Senato è ancora in corso il dibattito ed è questo continuo rimando che ha acceso la miccia, scoppiata poi a causa di numerose testimonianze di persone che hanno subito discriminazione. Tra queste varie storie si è fatta strada quella di Malika, ragazza cacciata di casa dai genitori perché lesbica, lei ha riportato i vari messaggi omofobi scritti dalla madre dimostrando quanto anche la violenza psicologia può far male: "meglio drogata che lesbica" uno dei tanti insulti ricevuto e ormai famoso nel mondo delle discriminazioni. Storie su storie di ragazzi che dopo il loro coming out si sono sentiti classificare come sgorbi, indegni, innaturali e nonostante ciò c'è chi continua a ritenere il DDL ZAN  inutile, creando anche vere e proprie pagine internet dove vengono spiegati i rischi di questo decreto, scatenando un vero e proprio dibattito virtuale. Perché si ormai sui vari social network non si parla d'altro, grazie anche all'intervento di Fedez sul palco del 1 Maggio a Roma:il rapper milanese ha compiuto un lungo monologo dove cita uno per uno i nomi dei politici contro questa legge e alcune loro citazioni omofobe, spiegando inoltre che ha dovuto lottare per poterlo enunciare siccome i vertici di RAI 3 volevano censurarlo . La "lotta" però si scatena sui social a furia di twitter, storie e vari post, ma nonostante ciò Fedez ha raggiunto il suo obiettivo e numerosi artisti tutt'oggi si schierano al suo fianco in questa che ormai è diventata una guerra social e non un dibattito civile per poter aiutare una minoranza che ogni giorno viene discriminata.

Martina Cattani, 4^A L.S.U.

 

STAI ZITTA di Michela Murgia


Essere donne è difficile, quante volte abbiamo lasciato perdere un complimento fuori luogo o abbiamo evitato il conflitto? Quante volte siamo state zittite con argomentazioni prive di senso o solo con l’aggressività?

In ‘stai zitta’ di Michela Murgia è raccontato un presente in cui sono tanti gli episodi che mettono le donne in un angolo, che provano a sminuire attraverso parole poco rispettose. E proprio leggendo questo libro breve, incisivo ed efficace, che si riflette e si impara a non lasciar più correre, a non accettare più certe parole.

Purtroppo, anche se viene detto il contrario, il linguaggio non è l’ultimo dei problemi, e questo libro ne è la prova lampante.

Una donna che esprime la sua opinione, ma contraria a quella di un interlocutore maschio, sbaglia a prescindere, e ci sono vari modi per zittirla, Michela Murgia ci racconta passo per passo quali sono questi commenti che fanno sentire le donne sbagliate, costantemente in difetto ed incolpa.

Di tutte le cose che le donne possono fare nel mondo, parlare è ancora considerata la più sovversiva. Se si è donna, in Italia si muore anche di linguaggio. E una morte civile, ma non per questo fa meno male. 

Michela Murgia esprime con meravigliosa lucidità tutto ciò che non andrebbe più detto, fatto o pensato riguardo alle donne, alla loro posizione e ai loro diritti nel 2021. Questo libro è un saggio femminile che scava in profondità nelle dinamiche più comuni e all’apparenza innocue spiegando quanto possano essere nocive.

Questo scritto rende evidente quanta strada ci sia ancora da fare per far capire a tutti che dietro le parole c’è sempre molto di più.

Siamo stanche!

Prendete questo libro, mettetelo sul comodino e leggetelo un pezzo alla volta.

Reagite, rispondete e fatevi sentire!

MARTINA SIGNORILE

Sessismo, disparità, a volte bullismo e prevaricazione, è ciò di cui tratta questo libro, è ciò per cui soffre ogni donna al giorno d’oggi, a volte è un gesto, altre è uno sguardo, una battuta o una limitazione, può essere un nomignolo oppure una critica, ad esempio  secondo cui ci sono troppe foto sul profilo social di una determinata ragazza tale per cui viene etichettata come “poco seria”, alla ricerca di attenzioni, volenterosa di mettersi in mostra, oppure, se al contrario preferisce estraniarsi dal mondo social, viene definita come una persona “asociale”, una “maestrina”, una moralista e questo perché persegue alcuni suoi semplici ideali che non necessariamente corrispondono agli ideali imposti dalla società, una società fondata sul maschilismo, un maschilismo mascherato, come sostiene anche l’autrice Michela Murgia, in questi ultimi anni.

Al giorno d’oggi si va alla ricerca della perfezione, quando fondamentalmente la perfezione non esiste, l’autrice in particolar modo evidenzia in questo suo saggio come questo ideale è richiesto prevalentemente alle donne le quali sono, nonostante la propria intelligenza, competenza ed esperienza,  considerate costantemente inferiori all’uomo, talvolta sono troppo alte, altre basse, troppo colte e preparate, intelligenti e qualificate da umiliare l’uomo, e vanno dunque anche in questo contesto ad essere condannate perché non dovrebbero ostentare la propria sapienza, la propria superiorità verso chi gli è inferiore.

Al giorno d’oggi, seppur in maniera moderata, Michela Murgia dichiara apertamente come vi siano ancora numerosi pregiudizi e stereotipi sulla figura femminile, ad oggi vi è infatti ancora la credenza che l’aspetto  fisico influisca sulle competenze intellettuali, frasi quali: “Sei solo bella, non sai far niente”, “Sei bionda, non puoi capire” , “Sei una donna torna a stirare e a cucinare”, “Se ti comporti così nessuno ti vorrà sposare”; sono all’ordine del giorno. E dunque, ciò che maggiormente ho apprezzato dell’autrice e del saggio in generale è l’appello che quest’ultima fa a noi donne, ci invita a saper rispondere la prossima volta in cui cercheranno di zittirci, in cui ci diranno che non siamo abbastanza, in cui ci relegheranno in un ruolo o in un modo di essere che non ci appartiene ma è il risultato di anni di prevaricazioni maschili e sottomissioni femminili,  per la prossima volta in cui la cultura sessista e maschilista, il patriarcato, ci frenerà e condizionerà ancora una volta. 

Ho apprezzato particolarmente questa lettura per la chiave innovativa con cui  l’autrice ha trattato questa tematica, il discorso diretto di cui fa uso e gli esempi attuali di cui si avvale. Personalmente consiglio questo libro a tutti, a tutte le donne e ragazze che vogliono sentirsi parte di una grande comunità, non fragile ma composta da donne forti ed indipendenti, ma anche agli uomini e ai ragazzi affinché capiscano ciò che ogni giorno le donne vivono e subiscono.

Camilla Ziliani

 

MATRIX: TRA FANTASCIENZA E FILOSOFIA


Era il 1999 ed era l’anno che avrebbe cambiato per sempre il cinema: usciva infatti Matrix, il film scritto e diretto dai fratelli Andy e Larry Wachowski che poi hanno subito vari interventi per diventare chi volevano essere e avere l’identità che desideravano: Lana e Lilly Wachowski.

Matrix è un'opera entrata nella storia, che ha rappresentato e rappresenta ancora un vero e proprio saggio filosofico.

Il protagonista, Neo (Keanu Reeves), il cui nome nel mondo del film è Thomas Anderson, vive tormentato da varie domande sull’esistenza e sulla realtà avvertendo, come capita a pochi eletti, che qualcosa in ciò che lo circonda non torna; proprio su questo si costruisce il testo del saggio, un vaso di Pandora che scoperchiando si apre una serie di riflessioni difficili da dipanare

Thomas di giorno è un cittadino modello che lavora in una multinazionale che produce software, di notte è un hacker, con il nome Neo, un pirata informatico e riflette, si interroga, capisce che c’è un qualcosa che serpeggia ma non riesce a comprendere cosa sia. Vive il/nel dubbio, elemento che lo rende molto simile a Cartesio: proprio come il filosofo mette in dubbio ogni cosa (sono sveglio o sto sognando?), la certezza in cui e su cui la vita umana si è costruita. Matrix è una traduzione narrativa del dubbio metafisico, Neo è un soggetto pensante e proprio per questo la sua non è un’esistenza semplice.

Tutto il suo mondo si modifica e si ribalta quando viene contattato da Morpheus (Laurence Fishburne) e da Trinity (Carrie‑Anne Moss) che lo mettono di fronte alla verità: il mondo che vede è virtuale, un progetto creato a computer da una intelligenza artificiale per controllare gli uomini (utili solo per fare andare avanti il sistema). Matrix che prima sembrava essere solo una leggenda, è invece una sorta di demiurgo che rende coerente un’illusione.

Matrix è una sorta di rielaborazione moderna del mito della caverna platonico: Neo, come quegli uomini incatenati, costretti a fissare il fondo della prigione, si rende conto che quelle che lui vede non sono che copie (dell’originale), apparenza non la realtà. Neo dunque si sveglia dal sonno profondo in cui è stato immerso, riesce a liberarsi, evadendo e spezzando le catene. Quel sonno che rappresenta la condizione comune dell’uomo, ben espressa da Schopenhauer, è interrotto quando Morpheus, aprendogli gli occhi e facendogli luce, la stessa cosa che accade agli uomini di Platone, alza il velo di Maya e gli mostra la verità. Matrix, il mondo in cui l’uomo vive, è un ambiente virtuale costituito, uno spazio in cui si vive (o si è vissuti dalle false credenze, dalle illusioni, dalle matrici che vengono imposte), è un sistema informatico che simula una realtà fittizia


Selia e Katia

 

giovedì 13 maggio 2021

LA LIBERTA' PARLA DE "IL MONDO CHE VORREI..."