Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido (Albert Einstein).

Prima di sprofondare nel grande sonno voglio ascoltare l'urlo della farfalla (Jim Morrison).

Il futuro, significa perdere quello che si ha ora, e veder nascere qualcosa che non si ha ancora (Haruki Murakami).

Non sono una donna addomesticabile (Alda Merini).

Il mondo che ti circonda è stato costruito da persone che non erano più intelligenti di te (Steve Jobs).

sabato 13 luglio 2019

Pride Month


Giugno viene chiamato anche Pride Month, perché è il mese in cui si organizzano Gay Pride in molte città Italiane.

I  Pride Month hanno lo scopo di celebrare la libertà e l’amore e vi hanno partecipato in molti, sia persone che fanno parte nel mondo arcobaleno sia coloro che hanno soltanto voluto celebrare l’amore, non in porta in quale forma o colore.

Ma perché proprio giugno? Non si tratta sicuramente di un mese a caso: l’origine della scelta di questa mese è legata ai moti di Stonewall, ossia i violenti scontri tra gruppi omosessuali e la polizia avvenuti nel giugno del 1969 a New York. Il primo degli scontri venne registrato il 27 giugno, con le autorità che irruppero nel Stonewall Inn, bar gay situato in Christopher Street nel Greenwich Village, quartiere del distretto di Manhattan. Questi scontri andarono avanti fino al 29 giugno 1969 e spinsero la comunità LGBT a scegliere giugno come simbolo della nascita del movimento di liberazione gay in tutto il mondo.

Il simbolo dei moti di Stonewall è la donna transessuale Sylvia Rivera, la prima a cominciare la protesta gettando una bottiglia contro un poliziotto.

In Italia la prima manifestazione di omosessuali ebbe luogo il 5 aprile 1972 a Sanremo, per protesta contro il "Congresso internazionale sulle devianze sessuali" e il primo Gay Pride nazionale si svolse nel 1994 a Roma, dopo un accordo tra Arcigay (un'associazione di promozione sociale costituitasi a Palermo il 9 dicembre 1980, che tutela i diritti LGBT in Italia) e il Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli. Tra gli organizzatori vi troviamo Imma Battaglia e Vladimir Luxuria.

Vediamo ora delle date importanti:

Manifestazioni nazionali

  • 2 luglio 1994 - Roma
  • 2 luglio 1995 - Bologna - Verona
  • 30 giugno 1996 - Napoli
  • 28 giugno 1997 - Roma - Venezia
  • 26 giugno 1998 - Roma
  • 29 giugno 1999 - Roma - Como
  • 8 luglio 2000 - Roma (World Pride)

Pride nazionali

Un solo Pride nazionale assegnato di anno in anno a una città diversa

  • 9 giugno 2001 - Milano
  • 6 giugno 2002 - Padova
  • 6 giugno 2003 - Bari
  • 19 giugno 2004 - Grosseto
  • 8 giugno 2005 - Milano
  • 17 giugno 2006 - Torino
  • 16 giugno 2007- Roma
  • 28 giugno 2008 - Bologna
  • 13 giugno 2009 - Genova
  • 26 giugno 2010 - Napoli
  • 11 giugno 2011 - Roma (Europride)
  • 9 giugno 2012 - Bologna
  • 22 giugno 2013 - Palermo

Onda Pride

A partire dal 2013, anno in cui il Pride nazionale fu assegnato a Palermo, si sperimenta, su un’idea partita da Napoli, una nuova organizzazione delle manifestazioni, creando una cooperazione tra tutti i Pride del territorio nazionale chiamata "Onda Pride". Quell'anno fu organizzata a Napoli, Bologna, Catania, Cagliari e Milano e dal 2014 non è più stata designata un'unica città per il Pride nazionale.

  • 2014 - Milano, Palermo, Catania, Napoli, Lecce, Roma, Bologna, Perugia, Venezia, Torino, Alghero, Siracusa, Reggio Calabria
  • 2015 - Verona, Pavia, Roma, Torino, Milano, Bologna, Palermo, Cagliari, Genova, Perugia, Catania, Reggio Calabria, Benevento, Napoli, Foggia
  • 2016 - Napoli, Varese, Catania, Roma, Milano, Taranto, Pavia, Caserta, Torino, Treviso, Bologna, Siracusa, Firenze, Perugia, Gallipoli, Genova, Latina, Rimini, Palermo, Cagliari, Tropea
  • 2017 - Pavia, Varese, Palermo, Arezzo, Milano, Udine, Cosenza, Reggio Emilia, Siracusa, Bologna, Roma, Rimini, Sassari, Potenza, Catania, Genova, Napoli, Brescia, Latina, Bari, Gallipoli, Torino, Alba

  • 2018 - Avellino, Bergamo, Campobasso, Salerno, Novara, Roma, Trento, Pavia, Torino, Caserta, Varese, Mantova, Siracusa, Genova, Bologna, Catania, Barletta, Milano, Palermo, Perugia, Pompei, Padova, Siena, Napoli, Ostia, Rimini, Cagliari
  • 2019 - Alessandria, Ancona, Asti, Avellino, Bergamo, Bologna, Brescia, Brindisi, Cagliari, Campobasso, Catania, Frosinone, Gallipoli, Genova, Latina, Lecce, Messina, Milano, Modena, Monza, Napoli, Novara, Ostia, Padova, Palermo, Pavia, Perugia, Pisa, Rimini, Roma, Salerno, Siracusa, Sorrento, Taranto, Torino, Trieste, Varese, Vercelli, Verona, Vicenza

Magari a guardarle così possono essere solo delle date poco importanti, prese e ricopiate su una pagina word per poi essere pubblicate in un blog: sbagliato. Seppur queste sono solo date, tutto il retroscena che c’è dietro è immenso. Ci sono voluti anni per arrivare a questo punto, anni in cui delle persone, solo perché di orientamento sessuale non conforme alla cultura di genere, veniva picchiata. Persone che hanno trovato la forza di reagire ed andare contro il proprio dolore.

Nessuno può togliere la liberà a qualcun’altro, nessuno può dirti cosa fare e cosa non fare ma soprattutto, nessuno può dirti chi essere.

Ragazzi e ragazzi muoiono o si suicidano per colpa di tutte le persone che credono che amare qualcuno dello stesso sesso sia sbagliato, innaturale. Ma cos’è la natura? Seguire il mio istinto, o rinchiudermi in casa per paura di essere malmenato? È più naturale amare una persona o picchiare due ragazze lesbiche solo perché si stavano baciando come è accaduto qualche mese fa in Inghilterra?

“Non è importante chi si ama ma come si ama”.

Ed è così che voglio concludere questo articolo, con una citazione di Sharon Gless nei panni di Debbie Novotny in una delle serie tv più clamorose e a tema LGBT del 2000: Queer as Folk.

Il Gay Pride, letteralmente orgoglio gay, non solo conserva i moti di Stonewall del 1969, con i quali viene celebrato il primo Pride, ma ti fa sentire orgoglioso di ciò che sei così tanto da riuscire a manifestarlo senza avere paura; perché amore non è paura, amore sono quei sorrisi d’intesa, quel prendersi la mano e non lasciarla mai, quegli abbracci che ti riempiono il cuore e il confessarsi cose che solo una coppia può custodire. Noi non siamo poi così diversi gli uni dagli altri perché, al di là di tutto, ciò che si ama è ciò che ci fa stare bene, solo che si ha paura della realtà che ci circonda, che sta cambiando e che ci propone nuove aspettative di vita che possono, magari, renderci felici ugualmente se solo lo si accetta e si guardare oltre.

Perché non è una moda. Non è strano. Non è diverso.

Mariarosaria Cipolletta 2ALSU

martedì 25 giugno 2019

Liceo delle Scienze Umane: esame di Stato 2.0


Cinque anni fa nasceva il Liceo delle Scienze Umane all’Istituto Mattei di Fiorenzuola.

Oggi le diciotto ragazze della 5ALSU sono cresciute, delle piccole donne che si apprestano a mettere la loro impronta nel mondo da adulte.

Fare da apripista non è mai facile: prima quinta che si diploma con un esame di Stato per molti versi rivoluzionario ma, dopo quest’anno, anche il Liceo delle Scienze Umane del Mattei è diventato “grande”.

lunedì 10 giugno 2019

Londra: una coppia picchiata perché omosessuale.


dalla pagina pubblica di fb di Melania
“L’omofobia è la paura dell’omosessualità, sia come timore ossessivo di essere o scoprirsi omosessuale, sia come atteggiamento di condanna dell’omosessualità.” 
Questa è la definizione che il dizionario Treccani dà della parola “omofobia”. 

Insomma, una gran brutta malattia. Un morbo che spesso ci si accorge di avere solo quando incontriamo persone dello stesso sesso che si tengono per mano o che – molto più genericamente – si amano. 

Secondo la Risoluzione del Parlamento Europeo sull’omofobia in Europa del 2006 “l’omofobia – cito testualmente –  si manifesta nella sfera pubblica e privata sotto forme diverse, quali discorsi intrisi di odio e istigazioni alla discriminazione, dileggio, violenza verbale, psicologica e fisica, persecuzioni e omicidio, discriminazioni in violazione del principio di uguaglianza, limitazioni arbitrarie e irragionevoli dei diritti, spesso giustificate con motivi di ordine pubblico, libertà religiosa e diritto all’obiezione di coscienza”. 

Quante volte abbiamo sentito persone iniziare discorsi con: “io non sono razzista ma… oppure, niente contro gli omosessuali ma…” 

Un “ma” che rende tutto molto chiaro prima ancora di iniziare il discorso. 
Forse dovremmo smettere di fingere di essere qualcosa che non si è e iniziare a riflettere su ciò che realmente siamo. 
Chissà che – magari – ci si rende conto che gli altri non sono poi così diversi da noi. 
Chissà – magari – non accadrebbero più fatti di cronaca come quello accaduto nella “civilissima” Londra. La metropoli inglese che fa del multiculturalismo e della tolleranza verso il “diverso” la sua bandiera. 

Melania Geymonat e la sua compagna Chris, entrambe ventenni, stavano rientrando a casa di notte a bordo di un double decker bus, quando sono state violentemente importunate da degli adolescenti. 
Il fatto è avvenuto tra il 29 e il 30 maggio scorso. 
“Hanno cominciato a comportarsi come dei teppisti, - racconta Melania - chiedendo che ci baciassimo in modo che potessero divertirsi mentre ci guardavano, hanno cominciato a chiamarci “lesbiche e vari insulti. Eravamo solo noi e loro nell'autobus”. 
Melania e Chris, picchiate a sangue e derubate da un gruppo di ragazzi tra i 15 e i 18 anni. Quattro sono stati arrestati, gli altri potrebbero avere le ore contate. 

L’episodio ha scosso l’opinione pubblica inglese, a cominciare dal sindaco di Londra, Sadiq Khan, che in un post dice: “I crimini d'odio contro le persone Lgbt non saranno tollerati a Londra. La polizia sta indagando”. 
Un altro intervento è quello della premier Theresa May che definisce l’aggressione ripugnante: “Nessuno dovrebbe dover nascondere chi è veramente o chi ama e dobbiamo lavorare insieme per sradicare l'inaccettabile violenza contro la comunità Lgbt”. 

Nessuno dovrebbe essere giudicato per le preferenze sessuali. 
Nessuno dovrebbe ritenere lecito giudicare gli altri dalle preferenze sessuali. 
Nessuno dovrebbe … eppure c’è ancora qualcuno che crede di poterlo fare e di essere pure divertente. 

Suha Marmash, 2ALSU

domenica 19 maggio 2019

Alabama: approvata la legge contro l’aborto.


L’aborto è sempre stato uno degli argomenti più discussi di tutti i tempi.

Anche quando era una pratica illegale (in Italia l’aborto è stato normato con la legge 194 nel 1978, prima di questa legge era considerato reato perseguito penalmente), le interruzioni delle nascite erano una realtà scomoda che – spesso – sistemava delle situazioni altrettanto scomode.

C’è chi è pro, e quindi accetta l’aborto e c’è chi è contro, e giustifica la sua contrarietà con la religione o con la teoria secondo la quale il feto è già un essere vivente e non un semplice fagiolino.

Con questo articolo non è mia intenzione entrare nel merito di cosa sia giusto oppure no, semmai cercare di porre sotto i riflettori un’unica domanda: quanto si deve spingere la legge là dove si parla di scelte intime ed individuali?

Il quesito torna alla ribalta dopo la decisione presa dalla governatrice dello stato americano dell’Alabama, la repubblicana Kay Ivey, di firmare una legge che – sostanzialmente – vieta la pratica di abortire, anche in caso di stupro, con unica eccezione, il rischio serio della vita della madre.

La norma dell'Alabama, oltre a vietare di fatto l'interruzione di gravidanza in ogni circostanza, stabilisce che i medici che la praticano rischiano fino a 99 anni di carcere. Mentre quelli che solo tentano di praticarla possono finire in carcere per 10 anni. La legge è stata approvata a larga maggioranza dal Senato dell'Alabama, con 25 voti a favore e 6 contrari. La Camera l'aveva già approvata lo scorso mese, con 73 voti favorevoli e 3 contrari. Il dibattito nell'aula del Senato dell'Alabama è stato durissimo ed è andato avanti fra molte proteste: le donne sono scese in piazza vestite da 'Handmaid's Tale', la serie tv ispirata al romanzo Il racconto dell'ancella di Margaret Atwood.

Altri 29 Stati Americani hanno approvato il decreto.

La governatrice repubblicana Kay Ivey ha messo in chiaro la motivazione della legge con un post su Twitter: "Per i molti sostenitori di questo provvedimento questa legge serve a testimoniare in modo possente la profonda convinzione della gente dell'Alabama che ogni vita è preziosa ed è un dono sacro di Dio".

Tantissimi democratici si sono scagliati contro questa legge come la senatrice di New York, Kirsten Gillibrand, che ha commentato: "Con questo tentativo dell'Alabama è un attacco alla libertà riproduttiva delle donne e ai nostri diritti civili fondamentali".
Anche Hillary Clinton denuncia la scelta politica della governatrice: "Un attacco alla vita e alla libertà delle donne", ha dichiarato.

Torniamo allora alla domanda posta all’inizio di questo mio articolo: quanto si deve spingere la legge là dove si parla di scelte intime ed individuali?
C’è chi parla di legge limite che impedisce alle donne di fare delle scelte che riguardano il proprio corpo. C’è chi sostiene, invece, che si parla di diritto alla vita.
I diritti alla vita – lungo i secoli – hanno dovuto percorre molte strade spesso irte di ostacoli e ricche di pregiudizi e ipocrisie.
Solo il 20 novembre del 1989 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approvava la Convenzione ONU sui Diritti dell'infanzia. Il motivo di tanto ritardo? I minori non hanno diritti, quindi come si può parlare di diritti là dove non ce ne sono? Il serpente che si mangia la coda.
Anche il tema di aborto e diritto alla vita è un serpente che si morde la coda: una donna ha diritto di interrompere una gravidanza indesiderata? Il feto è un bambino in potenza quindi già vita?

Alcuni critici sostengono che stiamo rivivendo un novello medioevo.

L’habeas corpus, ossia il diritto sulla salvaguardia della libertà individuale contro l'azione arbitraria dello Stato, è una disposizione emanata nel 1679 da Carlo II di Inghilterra. Ho dunque un’altra domanda:  e se noi – uomini moderni - fossimo meno illuminati dei medievali?

Suha Marmash, 2ALSU

giovedì 9 maggio 2019

ERASMUS+: una giornata senza auto!


martedì 30 aprile 2019

Lasciamoci influenzare da Aya Mohammed


Welcome or Welcome back ragazzi e ragazze, oggi vi ho portato un articolo un po' diverso, perché si tratta di un'intervista.

Ho avuto il piacere e l'onore di intervistare una influencer che seguo molto. Sto parlando di Aya Mohammed, nota su instagram e sul suo blog come @milanpyramid.

Ho voluto intervistare Aya perché l’ammiro molto, è una di quelle poche persone che utilizza i social come mezzi di comunicazione dove condivide, giornalmente, momenti della sua vita, opinioni personali, video di make up, piccoli approfondimenti sull'Islam e spesso risponde alle domande che le vengono fatte riguardo la sua religione.
Nel caso la voleste seguire sul suo blog (e ve lo consiglio vivamente) la trovate come milanpyramid.com e su IG come @milanpyramid.

Mi sono dimenticata di dirvi che ha anche un canale YouTube: MILAN PYRAMID.

Ma bando alle ciance e ciancio alle bande ecco a voi l'intervista:

D.   Al giorno d’oggi si può dire di aver riscontrato un etnocentrismo[1] all’interno delle diverse culture? Se sì, secondo te, come si potrebbe eliminare questo atteggiamento?

R.  L’etnocentrismo è sempre esistito, in tutte le culture. Al tempo del colonialismo europeo nei paesi africani o asiatici, gli europei ritenevano tutte le altre civiltà barbariche e primitive, nonostante queste vivessero in un proprio sistema di ordine. Quest’ultimo però non era “conforme” a quello europeo e quindi considerato incivile. Come esseri umani il nostro unico metro di misura si basa su ciò che conosciamo, lo sconosciuto viene misurato in base a ciò che conosciamo. Tutte le culture hanno un atteggiamento etnocentrico: in Russia una persona che sorride senza un evidente motivo viene vista come poco seria o stupida, mentre in altre culture è un forma di accoglienza e cortesia. La situazione in cui viviamo oggi io non la definirei etnocentrica semmai come una forte xenofobia nata dal disagio economico e alimentata dalla corruzione.
Ad esempio a Udine, il regolamento comunale mette al bando i bambolotti con la pelle scura dall'asilo nido.[2]
E’ interessante ciò̀ che è accaduto perché contrasta esattamente con ciò̀ che volevano realizzare: ridurre la possibilità di emarginazione, mettendo a disposizione più̀ diversità̀, ma hanno totalmente negato questa azione positiva. Tuttavia, penso che il cambiamento debba anche partire un poco più in alto... dai genitori stessi, dalle maestre e i professori. Perché se i bambini crescono con una certa logica è perché̀ gli è stata insegnata!

D.                Hai sperimentato in prima persona che cosa significa essere una ragazza mussulmana​ in un paese prettamente cristiano, secondo te come potrebbe essere vista una ragazza italiana in un paese prettamente islamico?

R. Sono nata in Egitto ma all’età di 3 mesi sono tornata in Italia con i miei genitori che vivevano qui da molti anni. Sono cresciuta come una qualsiasi ragazza italiana, ma con una famiglia piena e ricca di una cultura africana, araba, e musulmana. All’età di 18 anni ho preso autonomamente la decisione di indossare il velo islamico (HIJAB).
Nel paese dei miei genitori, l’Egitto, che è per la maggior parte musulmano, vive una percentuale del 10% (in media) di cittadini cristiani. In Egitto ci sono molti luoghi dove nella stessa via hai una moschea e una chiesa, hanno sempre vissuto pacificamente assieme. Tuttavia gli eventi degli ultimi anni con la primavera araba hanno scatenato attacchi e odio da entrambe le parti. Ugualmente la situazione era in Palestina prima del ‘48, dove abitavano musulmani, cristiani ed ebrei insieme. Le tensioni si creano nascono quando un certo ceto della popolazione teme per la propria incolumità e sopravvivenza e incolpa un altro gruppo di questa situazione. La quale si potrebbe complicare: prendiamo come esempio un paese come l’Arabia Saudita che è una monarchia dittatoriale. Del resto durante il corso della storia le persone hanno compiuto delle atrocità in nome della religione, ricordiamoci le crociate cristiane.

D.  Quali valori della tua religione vorresti approfondire ed esporre alla società di oggi?

R. Esistono tantissimi stereotipi e concezioni errate divulgate ogni giorno dai mass media e rinforzati da un sistema politico economico non favorevole, che io vorrei veramente rompere e riscrivere con la verità̀. La mia religione è basata sulla pace, e contiene un’umanità immensa. Il corano stesso nasconde delle meraviglie di poesia e arte che solo chi ne è appassionato può cogliere. Allo stesso tempo contiene anche un’ampia sapienza scientifica, perché per noi religione e scienza non si separano. Dette leggi sono come una costituzione, perché ognuno conosca i propri diritti, ma conosca anche il proprio dovere nel rispettare quegli degli altri.

D.  Cos’è per te la religione?

R.  Non penso di aver mai conosciuto una persona che non credesse in qualcosa. Ho conosciuto persone che non credevano nell’esistenza di Dio ma nell’universo, o persone che non erano Cristiane ma sentivano che ci fosse Dio, o semplicemente persone che credono nelle gemme e negli oroscopi. Io penso che tutti noi abbiamo una certa spiritualità, anche se non la etichettiamo con un nome. Questa è la nostra speranza. Perché la religione è speranza.

D.  Vorresti dire qualcosa ai nostri lettori?

R. Create ponti! Basta veramente poco. Se hai un pregiudizio verso una persona, trova il coraggio di andare a parlarci e scopri se quel pregiudizio è fondato sul vero. Magari dopo aver preso insieme un caffè o un gelato si può scoprire di essere molto più̀ simili di quanto si pensi.

Ultima cosa: un consiglio alle persone che non riescono a dire apertamente di essere religiose a causa dei pregiudizi che questa sottospecie di “coming out” può portare: è una questione di crescita personale e identificazione, è un viaggio alla scoperta di se stessi. Ad un certo punto durante questo viaggio troveranno la forza e la fierezza di mostrare chi siete.

Di Suha Marmash, 2ALSU 

[1] l’Etnocentrismo è tendenza a  giudicare le altre culture ed interpretare in base ai criteri della propria, proiettando su di esse il proprio concetto di evoluzione, di progresso, di sviluppo e di benessere, basandosi su una visione critica unilaterale

mercoledì 24 aprile 2019

"Acqua e inchiostro". Giovani redattori per l'uso consapevole delle risorse.

Giovedì 28 marzo la nostra redazione ha preso parte al 26° Convegno Interregionale della Stampa Studentesca.
Si tratta di un evento in cui diverse redazioni scolastiche di alcune località italiane hanno occasione di confrontarsi e parlare di argomenti di attualità, come l'inquinamento dell'acqua trattato a Carmagnola, sede del convegno di quest'anno.  Arrivati i nostri giornalisti hanno effettuato la registrazione per poi assistere al discorso d'apertura tenuto dalle autorità locali, seguito dall'intervista a Salvatore Giannella giornalista del settimanale "Oggi".                           

Gianella, attraverso le risposte delle domande poste dai presentatori dell’evento (ragazzi dell’Istituto ospitante), ha raccontato ai ragazzi la sua esperienza di giornalista dando, inoltre, consigli per chi domani vorrà intraprendere questa carriera.                                             
Dopo l'intervista è stato il turno dei filmati preparati dalle altre redazioni e dal "Baratto delle idee" dove, i nostri giornalisti, hanno potuto "esaminare la concorrenza".                                     Dopo aver pranzato la nostra redazione si è divisa nelle varie commissioni al termine delle quali, dopo aver ascoltato il resoconto di quanto detto negli altri gruppi, le scolaresche dovevano fare ritorno a Piacenza.

Dopo un viaggio un po' sofferto – il nostro autobus ha avuto un piccolo problema che si è risolto con l’arrivo di un altro pullman in sostituzione di quello guasto, i nostri giornalisti sono giunti a casa sani e salvi.
Ma vediamo ora cosa ne pensando i nostri giornalisti di questa esperienza.

MARIAROSARIA CIPOLLETTA: penso che Carmagnola sia stata l’esperienza più formativa per quanto riguarda la mia carriera giornalistica. All’inizio, ad essere sincera, ero spaesata: scrivo da quasi un anno ma ho ancora tanto da imparare e anche se, a volte, penso di non farcela devo rimboccarmi le maniche e iniziare a ideare, scrivere e poi pubblicare. Per Carmagnola mi è stata assegnata la commissione 8, “Essere scuola, non esserci solo dentro!”, e abbiamo affrontato temi di attualità: i pro e i contro dei social e il loro ruolo nella vita quotidiana, la partecipazione attiva dei giovani a manifestazioni di protesta, la giovane attivista ambientale Greta Thunberg e lo sciopero ambientale, la violenza nelle scuole e tra i coetanei, le manifestazioni di Libera contro le mafie e, infine, della comunità LGBTQ+.
Mi ha colpito il modo in cui, all’interno della mia commissione, sono state esposte le opinioni basate su questi temi di attualità, lasciandomi completamente sbalordita. Nonostante fossimo ragazzi di scuole e città diverse, lo scambio di idee mi ha aperto gli occhi sulla realtà che mi circonda e mi ha fatto riflettere su quanti problemi ci siano nel mondo al giorno d’oggi. Penso che, per almeno qualche minuto, le persone debbano fermarsi e dire: “è davvero questo il mondo in cui voglio vivere? Pieno di violenza, spreco, discriminazioni e odio?”. Vivendo in un paesino come Fiorenzuola posso fare poco o niente per cambiare le cose, ma sono convinta che non necessariamente servono grandi gesti per risolvere grandi problemi: si inizia piano piano, scavando dentro noi stessi e capire che strada prendere e, una volta trovata, camminare verso quelli che sono i nostri obiettivi per rendere il mondo degno di essere chiamato tale. È difficile? Certo. Ne vale la pena? Assolutamente sì. Perché? Perché fin dall’inizio ci hanno insegnato che studiare la storia serve per non far commettere all’uomo gli stessi errori, ma arrivati a questo punto siamo davvero arrivati a questo livello? L’uomo dovrebbe creare, non distruggere. Dovrebbe amare, non odiare. Dovrebbe pensare, non agire di impulso. Dovrebbe includere le persone, non discriminarle: che c’è di male se sono “diverso”? Sono diverso perché è effettivamente così, o perché loro hanno paura del cambiamento? Negli anni sono cambiate tante, troppe, cose e ci dovremmo semplicemente abituare perché dove non c’è cambiamento, non c’è futuro.

MARTINA CATTANI: Ho partecipato a questo convegno già lo scorso anno e anche quest’anno ho avuto la conferma che questa sia un’esperienza che accresce sia dal punto di vista giornalistico sia da quello personale.
Ho preso parte alla commissione numero 9 dove abbiamo parlato della vita dello studente tra studio, stress e social. Inizialmente quasi nessuno parlava, ma dopo qualche battuta per sciogliere il ghiaccio è iniziato un vero e proprio dibattito animato dalla voce di numerosi studenti. Abbiamo affrontato ogni tipo di argomento: dal metodo di studio all’età giusta per sciegliere la scuola superiore, scoprendo che ci crediamo tanto diversi,  ma alla fine il nostro pensiero per la maggior parte dei casi era lo stesso. Trovo sia questo il bello di questo Convegno: riunire gli studenti che hanno la stessa passione e farli confrontare, cosa che si dovrebbe fare anche nelle scuole, invece che creare “competizioni” fra i vari istituti bisognerebbe unire i propri punti forti per vincere insieme.

SUHA MARMASH: Partecipare al Convegno di Carmagnola è stato interessante. “Interessante” è un aggettivo che può sembrare “comune”, semplice, ma che in realtà racchiude davvero ciò che ho passato quel giorno.
Mi è stata assegnata la commissione numero 10 dove si sarebbe svolta una discussione riguardante la scrittura seria ed ironica.

I ragazzi che dovevano presentare l’argomento avevano dato ad ognuno di noi una scheda, che conteneva le domande a cui avremmo dovuto rispondere e un approfondimento sulla storia dell’ironia, su come utilizzarla ed alcuni “errori” da non fare. Inizialmente eravamo tutti imbarazzati nel rispondere alle domande che ci ponevano, ma dopo qualche scambio di battutine abbiamo iniziato a parlare più tranquillamente.
Si è aperta una discussione pacifica riguardante alcuni giornalisti che utilizzavano l’ironia in modo piccante, per burlarsi di alcuni politici, abbiamo dunque anche parlato del fatto che spesso non ci rendiamo conto che noi giornalisti abbiamo una libertà di espressione abbastanza limitata, perché bisogna sempre tenere conto del fatto che si potrebbe andare contro a molte altre persone. Abbiamo messo a confronto la scrittura seria ed ironica e i loro pro e contro. Insomma, è stato veramente utile, perché ho potuto avere un’idea più concreta dell’ironia, ho appreso che non è semplice utilizzarla e che spesso bisogna porsi dei limiti. Personalmente ho apprezzato il fatto che ci fossero delle commissioni specifiche perché mi è sembrato molto coinvolgente e non mi sono sentita “esclusa”.

2ALSU

domenica 10 febbraio 2019

Eventi capovolti



“Eventi capovolti” è il titolo di una serie di incontri letterari che vedranno l’Istituto Mattei e il Comune di Fiorenzuola i garanti di un’idea nuova di promozione culturale. 
Parafrasando la didattica delle classi capovolte, il Mattei incoraggia la lettura attraverso eventi che vedono i ragazzi i veri protagonisti. Saranno loro a vestire i panni di presentatori, critici e giornalisti, il tutto in un ambiente scolastico, quindi protetto ma incisivo per la loro crescita.

I ragazzi, forse più quelli di oggi rispetto alle precedenti generazioni, hanno bisogno di sentirsi partecipi, attivi, di riconoscersi come esseri sociali. Un libro è un mondo di idee e connessioni, libertà e conoscenza, un libro è molto più che un mucchio di pagine da leggere. Dobbiamo solo dimostrarglielo. 

sabato 2 febbraio 2019

Dimensione TeenagER2, quando sono i giovani a fare ricerca sociale


E' stato il primo di una serie di appuntamenti quello che si è tenuto venerdì 1 febbraio presso la sala Poggioli di Bologna che vedranno le scuole della Provincia interessate alla promozione della ricerca sociale. 
Anche il nostro Istituto ha deciso di aderire con la classe 4 A delle scienze umane. 

Per ora i ragazzi dei vari Istituti superiori si sono confrontati: idee, progetti e domande non sono male come inizio di brainstorming. 

Non ci resta che attendere il prossimo step. 







martedì 29 gennaio 2019

La Libertà racconta gli eventi del Mattei

Anna Fossati sempre in prima linea 

piccole giornaliste crescono

giovedì 24 gennaio 2019

Adolescenti iperconnessi ma disconnessi



“Siamo sempre più connessi, più informati, più stimolati ma esistenzialmente sempre più soli.” 
(Tonino Cantelmi)

Da questa frase dello psichiatra Cantelmi emerge che gli adolescenti siano sempre più isolati per colpa dei social network e della possibilità di giocare online senza la presenza fisica dell’altro.
Partendo da questa affermazione ho fatto una ricerca in siti specializzati sul tema delle nuove dipendenze, tra cui quella da Internet, di cui sembrano soffrire molti ragazzi della mia età, senza però rendersene conto.
 Molti adolescenti abusano infatti dell’utilizzo dei social network trascorrendo dalle sette alle tredici ore extrascolastiche collegati in rete, comprese anche le ore notturne. Secondo un’indagine dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza,  questo fenomeno è chiamato Vamping. Sei adolescenti su dieci dichiarano di restare svegli fino all’alba per chattare e giocare online.
Tra i ragazzi è ormai diffusa la Nomofobia (no mobile fobia), ovvero la paura di rimanere senza connessione. Chi tra di noi non ha mai chiesto, arrivando in un posto nuovo “C’è il WiFi?” senza neppure guardare dove siamo e cosa abbiamo intorno?
Passiamo ore e ore chattando, postando foto e guardando video, con un impatto forte sulla nostra vita e sulla nostra autostima; come dimostrano alcuni studi, la nostra autostima è condizionata, ormai, dal numero di like e di follower che abbiamo sui nostri social network.
È diventata una vera e propria dipendenza quella del controllo compulsivo dei like (like addiction), dell’ossessivo paragone con gli amici e il continuo monitoraggio delle pagine o dei profili di amici o “rivali” che non fanno altro che aumentare sentimenti di invidia e rabbia che spesso sfociano in hate speech, ovvero messaggi che colpiscono in modo negativo ciò che viene pubblicato, influenzando l’umore e l’autostima della persona offesa. 
Tra i ragazzi è diffusa la moda di farsi tra i tre e gli otto selfie al giorno, anche in situazioni intime, che vengono pubblicati e quindi condivisi con il mondo di internet.
Quando pubblichiamo una foto, questa non è più di nostra proprietà, ma chiunque può salvarla, “screenshottarla” e condividerla. Non possiamo controllare ciò che avviene dopo, e capita spesso che questo materiale venga utilizzato da persone non sempre in buona fede: basti pensare a tutti i servizi dei media che parlano di pedopornografia che utilizza immagini pubblicate troppo ingenuamente pensando che “resta tutto tra di noi” oppure le foto pubblicate che vengono girate nelle chat di whatsapp al solo scopo di prendere in giro e umiliare qualcuno.
Sono d’accordo con lo psichiatra Gustavo Pietropolli Charmet quando sostiene, nel saggio L’insostenibile bisogno di ammirazione, che “la diffusione della moda dei selfie rappresenta una protesi alla fragilità dell’autostima e racconta della paura di non essere visto, e quindi di essere dimenticato”.
Anche i sociologi, oltre agli psicologi e psichiatri, si sono occupati del tema delle relazioni nel mondo virtuale.
Secondo il sociologo Giudo Martinotti i gruppi all’interno dei social network sono delle “piccole società” che permettono di creare o di rinsaldare legami di amicizia e di appartenenza. Una visione meno positiva è quella di Zygmunt Bauman che vede il cyberspazio come luogo che elimina le sfide e le difficoltà del costruire e mantenere un’amicizia, togliendole però la bellezza della condivisione.
A mio avviso è proprio così, perché l’amicizia è fatta anche di contatto, di sguardi, di scambi e di gesti.
Anche io uso molto i social (Facebook, Instagram e YouTube) ma facendo queste ricerche per il blog, ho capito che vanno utilizzati senza perdere il controllo e la consapevolezza di cosa potrebbe succedere ai contenuti condivisi.
Penso sia importante, prima di pubblicare qualcosa, spinti dalla noia, dalla rabbia, dalla voglia di attirare attenzione, fermarsi e riflettere su dove tutto ciò potrebbe finire e le ripercussioni sulla nostra vita. 

Anna Fossati, 4ALSU

Ma come ti vesti? La moda vista dai ragazzi di oggi.


Siamo nel vivo della settimana della moda…

Milano è la capitale della moda italiana, ma i milanesi non sono gli unici che vogliono sapere come – l’industria modaiola – indirizza i giovani e i meno giovani: pantaloni a zampa di elefante o stretti nelle caviglie? Scarpe a punta o rotonde. Dilemmi, dubbi esistenziali. O forse no!

Ci siamo chieste cosa pensano i nostri coetanei riguardo questo argomento. Abbiamo dunque selezionato alcune classi di varie sezioni, età e indirizzi, ponendo loro dei quesiti.

Indovinate cosa è emerso…

“Sei mai stato giudicato per il tuo abbigliamento?”
“Hai mai giudicato a tua volta altre persone?”.
Queste sono solo alcune delle domande poste.

Le risposte, ovviamente, sono state differenti e qualche volta pure contraddittorie tra loro. Perché i giovani pensano di essere immuni ai pregiudizi e poi si scopre che non è proprio così.

La maggior parte dei ragazzi ha sostenuto che, per quanto una persona non debba essere etichettata per il suo modo di vestirsi, anche loro in certe occasioni sono stati i primi a puntare il dito.  Successivamente abbiamo chiesto ai nostri intervistati se una molestia potesse essere ‘giustificata’ con la frase tipica “con il vestito che indossava era provocante, se l’è cercata!”. A rispondere nel modo più interessante è stato un ragazzo della 2^ Ipsia che ci ha riportato le seguenti parole: “Purtroppo l’ignoranza esiste e gli altri ne abusano per giustificare le loro azioni. Una ragazza non cerca le molestie né una con il vestito corto né una con il maglione a collo alto”.  

Parole sante!

Abbiamo mostrato successivamente la foto della stessa modella ‘prima’ e ‘dopo’ l’essere una top model, ovvero prima formosa poi più magra. La maggior parte ha votato per la ragazza del “prima” anche se alcuni hanno preferito quella più esile. Entrambe le due posizioni hanno però specificato che preferirebbero una via di mezzo perché – a detta di una ragazza della 4^ ragioneria – “Il giusto sarebbe meglio, perché entrambe le due foto proposte sono agli eccessi e sappiamo che gli eccessi non portano mai a nulla di buono”.

Per la serie il troppo stroppia, meglio la medietà aristotelica.  

Alcuni ragazzi hanno espresso l’opinione secondo cui la nostra società è basata sul finto perbenismo e che alla fine chi decide cos’è bello e cosa no, non siamo noi ma gli influencer, ma ci adeguiamo senza neppure troppe critiche.  

Mostrando la foto di una modella curvy abbiamo chiesto se la ritenessero adeguata per il mondo della moda, alcuni alunni hanno espresso con tutta sincerità che era solo un’ipocrisia: le modelle per antonomasia sono magre, anzi magrissime e la moda non ha compiti sociali come comunicare il messaggio che essere troppo magre non è sano, semmai vendere un prodotto. La moda è un business, mica uno sportello d’ascolto.

Ci è venuta dunque una domanda: le modelle sono oggetti come lo è l’ovetto Kinder o delle persone?

Forse nel mondo della moda ciò che conta è solo la sorpresa, il resto è un vuoto a perdere.

Ciò che ci ha notevolmente colpito è una delle risposte date da molti ragazzi. Alla domanda “qual è il tuo fisico ideale?” la risposta è sempre stata “normale” “nel giusto.”.

Ma che significa effettivamente essere nella norma, nel giusto?

La risposta è: ciò che tutti ritengono tale.

Conformismo… questo sconosciuto. Ovviamente solo a parole ma non nei gesti quotidiani.

Media e social sono i veri padroni della conoscenza del bene e del male.
Se in Tv si propongono donne formose, il giusto sarà la donna stile anni ’50. Se invece ci bombarda con fisici anoressici, le cose cambiano.

Ci dispiace ammetterlo, ma i ragazzi tendono ad essere – quasi tutti –  dei conformisti e a modellarsi secondo il pensiero dell’industria culturale.

Magari essere un poco diversi ci fa sentire troppo diversi?

Alessia Cipriano, Alessia kuqi, Valentina Negri, Sara Verbini, Martina Strippoli, Laura Bersani (4ALSU)


mercoledì 23 gennaio 2019

LA DESOLAZIONE UMANA

Anche nel momento più cupo della storia umana si può trovare un barlume di speranza,raccontata nel capolavoro di Spielberg Schindler's list.

A scuola impariamo non solo a conoscere i vari avvenimenti storici che hanno portato all'ascesa del nazismo e alla promulgazione delle leggi razziali, ma apprendiamo anche a vedere le cose dal lato umano, guardando filmati e leggendo testimonianze di uomini che avevano visto, anche solo da lontano, cosa stava accadendo nella società del tempo.

Dopo venticinque anni dalla sua uscita nelle sale, Schindler’s list rimane uno dei più grandi capolavori della storia del cinema, in grado di raccontare la storia di Oskar Schindler e della sua famosa lista.
Un film in bianco nero ambientato in uno dei periodi più tragici della storia umana, la persona di Oskar Schindler, l’imprenditore tedesco che salva più di 1200 ebrei dai forni crematori di Hitler assumendoli nella sua azienda alle proprie dipendenze, sembra essere una nota di colore in mezzo a tanto grigio. Come la bambina dal cappotto rosso, unica luce in tanto buio.
Il fotogramma della bambinetta avvolta in un cappottino rosso durante lo sgombero del ghetto di Varsavia da parte dei nazisti non sembra essere una casualità. Molti critici cinematografici si sono interrogati sul significato metaforico di quell'unico tocco di colore. La speranza che non muore? La vita che non si lascia abbattere dalla nera morte? In realtà ognuno di noi potrebbe dare la risposta che ritiene più opportuna a seconda della propria sensibilità.
Il modo indelebile in cui quella piccola adorabile vittima innocente resta impressa in mente al suo eroico protagonista, quando la rivede con indosso la mantellina scarlatta, lui la vede mentre trasporta in una carriola un carico di cadaveri: ed è quello il momento in cui Schindler decide di non restare più passivo di fronte alla tragedia che si consuma davanti ai suoi occhi. Un puntino rosso brillante, nell'uniforme color notte di un capolavoro di Steven Spielberg.
I bambini, le donne e gli anziani venivano eliminati subito mentre gli uomini più forti venivano sfruttati fino alla morte. Carne da macello, rifiuti umani senza più dignità né sembianze umane. Ecco come erano ridotti gli ebrei e con loro anche gli altri considerati “non puri”.
Tutti noi abbiamo il diritto di vivere  bene in questo mondo senza sentirci inferiori o sottomessi e di conseguenza abbiamo il dovere di rispettarci a vicenda.
È  stato istituito il giorno della “memoria” per far sì che non si spenga il ricordo di ciò che è accaduto  e fare in modo che questi episodi non si ripetano mai più. Infatti, anche se non sembra, pure ai nostri giorni ci sono persone dalla mentalità chiusa che discriminano e trattano male il “diverso”: questa è la mentalità che va eliminata dalla nostra società per un mondo più civile e sopratutto migliore.

Alessio Barbieri 4BLSU

“Auschwitz è fuori di noi, ma è intorno a noi. La peste si è spenta,mal'infezione serpeggia.”  PRIMO  LEVI.  

Proviamo a testare la nostra conoscenza sull'argomento? 

Cosa si indica col termine Shoah?
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·        Il Fascismo
·         Il Nazista
·         Lo sterminio degli ebrei

Su cosa si basava l'ideologia tedesca?


Sulla presunta superiorità genetica della razza ariana 

Sulla presunta inferiorità genetica della razza ariana 
Sulla presunta superiorità genetica degli ebrei         
Da dove deriva la parola Olocausto?
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·         del tedesco olokaustos, "bruciato interamente"
·         dal latino olokaustos, "bruciato interamente"
·         dal greco olokaustos, "bruciato interamente"

Cosa significa il termine shoah?
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·         catastrofe
·         inferiorità
·         superiorità

Quali erano le reali motivazioni dell'olocausto?
·         ragioni economiche
·         ragioni razziali
·         ragioni politiche

Quando ci fu la "notte dei cristalli" in Germania? 


9-10 Novembre 1931 

9-10 Novembre 1941       
9-10 Novembre 1938
Quando vennero formate le SS?
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·         Nel 1939
·         Nel 1930
·         Nel 1925



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