sabato 22 maggio 2021

"Chi sono io?"


Come reagiresti se scoprissi che i tuoi genitori non sono quelli con cui sei cresciuto ma altri, con una cultura ed una religione diversa e appartenessero ad un popolo che tu hai sempre imparato a odiare e riconoscere come il tuo nemico?

“Il figlio dell’altra”, film di Lorraine Levy del 2012, affronta la questione israelo-palestinese attraverso le storie di Yacine e Joseph, vittime di uno scambio di culla alla nascita, appartenenti a due culture e due appartenenze sociali opposte. Il rapporto che nasce fra i due ragazzi può essere letto come metafora di un incontro possibile, di un’amicizia sincera che diviene strada per sovvertire e annientare la violenza e l’odio, ancora presenti attualmente. I temi principali del film sono l’identità, la diversità, lo smarrimento e l’apertura all’altro.  I ragazzi si trovano davanti a una situazione ambigua: l’incontro con i genitori biologici. Inizialmente disorientati, riescono a scoprire l’unicità delle loro storie: la possibilità di conoscere due culture e tradizioni differenti e scegliere a quale aderire. Nonostante l’educazione impartita in modo  differente, entrambi hanno la curiosità di scoprire la loro vera origine ma si sentono, allo stesso tempo, estranei a se stessi e al modo in cui sono stati cresciuti: non sanno se vivere con i genitori biologici, abbandonare le loro tradizioni e trasferirsi dalla parte “giusta” della città. Questo turbamento può essere paragonato all’idea di una delle quattro alienazioni di Karl Marx, ossia quella verso se stessi: i protagonisti non si riconoscono più come individui appartenenti ad una società specifica ma come un ignoto in cerca di risposte. Dal punto di vista pedagogico in Palestina e ad Israele valgono due sistemi scolastici diversi.

 [1]Il sistema scolastico israeliano si presenta complesso, in quanto innestato sulla precedente organizzazione mandataria, a sua volta basata su quella ottomana. Il sistema scolastico ottomano rifletteva la struttura stessa dell’impero, che era suddiviso in millet, le comunità etnico-religiose, ognuna delle quali relativamente autonoma, e si ispirava al modello francese. L’educazione pubblica era gratuita e obbligatoria, durava in genere quattro anni e l’insegnamento della religione costituiva parte del programma. La lingua ufficiale era il turco, ma l’arabo era considerato seconda lingua. Le minoranze godevano di una certa autonomia ed era consentito loro di possedere proprie scuole private. Anche se all’epoca la presenza araba nella scuola fosse piuttosto bassa, esistevano alcuni istituti privati musulmani, a carattere religioso, favoriti probabilmente dall’inserimento dell’arabo come seconda lingua di insegnamento. Per quanto riguardava l’educazione ebraica, invece, essa si presentava piuttosto dispersiva. Gli ebrei che si erano trasferiti nell’impero ottomano avevano portato con sé la propria lingua e la propria cultura.

[2]Il sistema pubblico o statale è affiancato dalle scuole religiose ebraiche gestite e controllate dalle diverse comunità ortodossie che in prevalenza accolgono alunni maschi a partire dalle medie; e oltre a queste dalle scuole religiose cristiane delle diverse confessioni e dall’istruzione privata laica. Inoltre l’istruzione professionale, che può iniziare dopo le elementari, dipende non dal Ministero dell’Istruzione ma dal Ministero dell’Industria e del Commercio. L’occupazione britannica dette un forte impulso all’istruzione, ma al tempo stesso favorì una maggiore segregazione e un’ulteriore separazione tra i due gruppi; questo non solo per il conflitto nazionale che già li opponeva e per le differenze sociali e culturali, ma anche per aver cercato, ognuno per conto proprio, di organizzare anche il sistema educativo.

La natura multiculturale della società israeliana trova un suo spazio nell’ambito del sistema educativo. Proprio per questo le scuole sono suddivise in quattro gruppi: scuole statali, frequentate dalla maggioranza degli studenti; scuole religiose statali, nelle quali viene dato rilievo agli studi ebraici, alla tradizione e all’osservanza; scuole arabe e druse, nelle quali l’insegnamento si svolge in arabo e viene data particolare attenzione a storia, religione e cultura araba e drusa; scuole private, che operano sotto la tutela di varie organizzazioni religiose ed internazionali.

Per quanto riguardava la minoranza ebraica, il governo mandatario ne riconobbe l’autonomia anche nel campo educativo, che era gestita da quattro principali organismi: il consiglio nazionale (Va’ad Leumi), controllato dal governo mandatario, che decideva su tutte le questioni principali; il consiglio ebraico dell’istruzione; il comitato esecutivo, che si occupava dell’amministrazione delle scuole; il dipartimento dell’istruzione, composto da un direttore e da uno staff di ispettori e assistenti. Diversi fattori esercitarono la loro influenza sull’intero sistema scolastico ebraico: le pressioni della vecchia comunità ebraica da tempo residente in Palestina, l’impegno britannico a sostegno della creazione di un national home ebraico, la volontà inglese di ridurre i costi del controllo coloniale sulla regione e, infine, l’eredità stessa dell’amministrazione turca. L’intero sistema scolastico israeliano, centralizzato e sottoposto alla supervisione del ministero dell’educazione, è suddiviso in sei distretti, ognuno dei quali guidato da un funzionario ebreo, all’interno dei quali vi è un sovrintendente ebreo per le scuole ebree, religiose e laiche, e un sovrintendente arabo per le scuole statali arabe. Il ministero dell’educazione nomina i docenti, tra cui anche quelli che lavorano nelle scuole arabe, e controlla direttamente i curricoli adottati da tutte le scuole. Questi ultimi presentano delle differenze soprattutto in ambito storico e culturale. Infatti, mentre i programmi delle scuole arabe prevedono lo studio della storia, della tradizione e della cultura ebraica, quelli delle scuole ebraiche non prevedono lo studio della storia, della cultura e delle tradizioni arabe e, anche quando è previsto lo studio dell’arabo, l’approccio adottato è, come afferma Majid Al-Haj, quello dello “studio del nemico”.

Il moderno Stato di Israele, nato nel 1948, ha ereditato questo sistema scolastico basato sulla separazione tra i sistemi educativi arabo ed ebraico. Di conseguenza, le scuole in Israele sono ancora oggi rigidamente separate per nazionalità e per il grado di aderenza alle pratiche religiose. Ci sono scuole diverse per i bambini ebrei laici e religiosi e scuole statali e religiose separate per gli arabi, sia cristiani sia musulmani. Nelle prime, la lingua è l’ebraico e lo studio dell’arabo non è obbligatorio; nelle seconde, la lingua usata è l’arabo ma lo studio dell’ebraico è obbligatorio.

Invece in Palestina quasi [3]tutti i bambini fra i 6 e i 9 anni frequentano la scuola, ma a 15 anni circa il 25% dei ragazzi e il 7% delle ragazze hanno già abbandonato gli studi.  Lo studio, reso pubblico oggi, sottolinea i numerosi fattori, spesso interconnessi fra loro, che contribuiscono alla dispersione scolastica dei bambini e degli adolescenti palestinesi.  Gli adolescenti maschi, fra i 14 e i 15 anni, rappresentano circa la metà di tutti i bambini che, fino all’età scolastica obbligatoria di 15 anni, non vanno a scuola. Il rapporto sottolinea che un numero maggiore di ragazzi in questa fascia di età non stanno frequentando la scuola in Cisgiordania (18,3%), rispetto alla Striscia di Gaza (14,7%).

[4]Il motivo principale dell’abbandono scolastico include un’istruzione di scarsa qualità, che spesso è vista come un fattore non rilevante nelle loro vite, violenza fisica ed emotiva a scuola, sia da parte degli insegnanti che dei coetanei, e il conflitto armato.

In Cisgiordania, i bambini sono spesso costretti ad attraversare diversi checkpoint, blocchi stradali e di aggirare gli insediamenti israeliani solo per raggiungere l’aula.

Questo più essere difficile soprattutto per gli adolescenti maschi, visto che hanno maggiori probabilità di essere fermati e interrogati lungo la strada per andare a scuola. Nella Striscia di Gaza, le aule sono sovraffollate, con in media 37 alunni per classe. Fra coloro che sono iscritti dal primo al decimo anno scolastico, circa il 90% frequentano scuole organizzate su due turni. Ciò riduce le ore per l’apprendimento e la capacità degli insegnanti di supportare adeguatamente i bambini, soprattutto quelli che hanno difficoltà di apprendimento e comportamentali.

Essere a scuola non aiuta solo i bambini palestinesi a imparare e svilupparsi, ma fornisce inoltre una stabilità e delle abilità utili per la vita che sono di particolare importanza in questi ambienti molto stressanti.

Il rapporto sottolinea inoltre che le violenze colpiscono l’istruzione in diversi modi. Oltre due terzi dei bambini che frequentano dal primo al decimo anno scolastico sono esposti a violenze emotive e fisiche nelle loro scuole e, a causa dei conflitti, per oltre 29.000 bambini nel 2017 il loro percorso scolastico è stato interrotto a causa di 170 attacchi e minacce di attacchi su scuole, studenti o insegnanti, che colpiscono ulteriormente la frequenza scolastica.

Per realizzare il diritto all’istruzione di ogni bambino in Palestina, l’UNICEF chiede di migliorare la qualità dell’istruzione nelle scuole che hanno basso rendimento, aumentare l’accesso a servizi per l’istruzione su misura, migliorare la formazione e il supporto tecnico agli insegnanti per un’istruzione che sia inclusiva, differenziare per target e personalizzare i servizi di supporto sia a scuola sia fuori, come consulenza, programmi di assistenza sociale e servizi sanitari, migliorare e ampliare i programmi di prevenzione alla violenza, fra cui formazione sull’educazione positiva per gli insegnanti, proteggere le scuole dalla violenza legata al conflitto, fra cui incursioni da parte delle forze militari e di sicurezza.

[5]La Palestina ha condotto varie campagne per il diritto all’istruzione sottolineando l’annessione pianificata come l’inizio di una nuova fase: un regime di insediamento coloniale e apartheid più radicato che espellerà ulteriormente i palestinesi dalla loro terra. Negare a intere generazioni il diritto di nascita all’istruzione è una delle tattiche che Israele usa per cacciare i palestinesi. La campagna per il diritto all’istruzione fa parte delle contromisure organizzate guidate da comitati popolari per affermare il diritto dei palestinesi di esistere sulla loro terra e per contrastare l’intensificazione dell’oppressione. Il fatto che l’occupazione israeliana priva sistematicamente i palestinesi nella Valle del Giordano del diritto all’istruzione crea un’intera generazione che ignora la propria storia e identità culturale. Distruggere l’identità culturale palestinese e tentare di cancellare la memoria collettiva che li collega come popolo ad altri palestinesi è un altro modo con cui il sionismo mira a eliminare il popolo palestinese nativo. Questa politica è quello che viene definito “genocidio culturale”. La campagna per il diritto all’istruzione intende creare fatti sul campo per salvare l’identità culturale dei palestinesi dall’annientamento. Come si evince dal film Il figlio dell’altra di Lorraine Levy del 2012, i bambini, sia palestinesi che israeliani, non sono educati in uno spirito di amore.  Le autorità israeliane in questo settore non stanno preparando i bambini per una vita di pace, di tolleranza e di uguaglianza. [6]Infatti i testi scolastici palestinesi non facevano cenno ad alcuna presenza ebraica nell’antica terra d’Israele/Palestina, e non rappresentavano lo stato di Israele sulle mappe moderne. Gli ebrei venivano denigrati come cospiratori e assassini. Dall’inizio della seconda intifada, la rivolta, iniziatasi alla fine del 1987, degli arabi palestinesi all'interno dello Stato d'Israele e nei territori da questo occupati, il sistema di “chiusure interne” si è progressivamente consolidato e istituzionalizzato, culminando nella divisione della Cisgiordania in otto unità territoriali isolate, collegate con i maggiori centri abitati palestinesi. Contemporaneamente, è stato introdotto un nuovo sistema di permessi in base al quale, i palestinesi della Cisgiordania sono tenuti a procurarsi dalla autorità israeliane delle autorizzazioni speciali per potersi spostare da una città all’altra della Palestina, compresa la città simbolo di Gerusalemme Est occupata. Queste restrizioni del movimento sono imposte mediante un complesso sistema di posti di controllo e di barriere fisiche.  Nel film si evidenzia bene come ci sia questa divisione e separazione tra i due popoli, vengono rappresentati i vari momenti in cui i protagonisti devono entrare e uscire dallo stato palestinese. Questa sorta di muro divide due mondi antitetici, da una parte la ricchezza dall’altra la povertà.

Analizzando i due sistemi educativi ci si può ricollegare al pensiero di Rousseau. Egli afferma che alla nascita si possiedono tre maestri: la natura, gli uomini e le cose. La natura provvede allo sviluppo biologico e cognitivo; gli uomini esemplificano l’uso che si può fare degli strumenti sviluppati dalla natura, mentre le cose stimolano l’apprendimento empirico.  Nelle due culture questi aspetti si evidenziano nell’importanza data dalla natura in cui si vive, la quale rappresenta una serie di codici e regole che determinano lo sviluppo del bambino. Si evince dall’analisi di Rousseau la presa di coscienza dell’esistenza dell’infanzia. Una fase dove il bambino possiede una dimensione propria, con peculiarità, caratteristiche ed esigenze, che fino al XVII secolo è stata pressoché ignorata. È da queste peculiarità che deve muovere l’azione educativa, la quale deve possedere tre caratteri fondamentali. Deve essere naturale, cioè a contatto con la natura in modo tale da sottrarre il bambino all’influenza negativa della società. Negativa, cioè il bambino deve avere la libertà di scoprire autonomamente ciò che è giusto e ciò che non lo è, attraverso il passaggio dalla sensazione alla riflessione. Infine indiretta, cioè volta a stimolare l’interesse dell’allievo. Il bambino si trova, per la prima volta, al centro del meccanismo educativo. Il puerocentrismo emerge nell’educazione dei due ragazzi che vengono messi al centro delle loro famiglie le quali condividono lo stesso amore per i figli e la stessa idea di educazione negativa di Rousseau. Infatti i giovani hanno la libertà di sperimentare la vita dell’altro, di capire cosa sia più giusto fare e di riflettere su chi si è e chi si vuole essere. Nel corso della trama Yacine e Joseph si chiedono spesso chi siano e chi vorrebbe diventare, la domanda è ostica e la risposta non è pervenuta da entrambi. Proprio per questo il film ha un finale sospeso, una voce racconta le conseguenze come se i due ragazzi si fossero scambiati la vita ma nulla è certo. Personalmente credo che questo racconto sia un’utopia, si è cercato tante volte di pacificare i due stati ma senza successo, tutt’ora è in atto uno scontro che sta portando tante vittime innocenti e la distruzione di tutto.  Vale la pena tutto ciò? Ci sarà mai una tregua definitiva tra i due stati? Io spero di sì, ma bisogna che si cambi mentalità da entrambe le parti e che si provi a cercare un punto di incontro.

di Arianna Guareschi, 4BLSU        

[1] https://core.ac.uk/download/pdf/41168597.pdf.

[2] https://boa.unimib.it/bitstream/10281/53445/1/Phd_unimib_734506.pdf.

[3] https://www.unicef.it/media/in-palestina-la-met-degli-adolescenti-maschi-non-frequenta-la-scuola/.

[4] https://www.aise.it/anno2018/unicef-in-palestina-il-25-dei-ragazzi-di-15-anni-non-va-a-scuola/118916/160.

[5] https://palestinaculturaliberta.org/2020/09/29/diritto-alla-scuola/.

[6] http://www.focusonisrael.org/2008/06/06/testi-palestinesi-ebrei-denigrati-come-serpenti-assassini/.

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